• Francesco Balducci

CONFLITTI E GLOBALIZZAZIONE AL VAGLIO DELLA GEOPOLITICA

Intervista a Giuseppe Bettoni sugli antagonismi tra i diversi attori mondiali per il controllo del territorio

Giuseppe Bettoni è professore dal 2005 di Geografia e Geopolitica all’Università degli Studi di Roma Tor Vergata.

Il docente in questione ha studiato Scienze Politiche a Bologna, Geografia all’Università di Parigi 8, dove è stato allievo di Yves Lacoste. Ha risieduto per più di sedici anni in Francia. Conta un curriculum accademico molto ampio: Bettoni oltreché aver studiato a Parigi, è stato Visiting Researcher presso la London School of Economics e presso lo University College di Londra. Inoltre, è stato anche consulente per questioni di geopolitica e consigliere di qualche ministro.

“Il Monocolo” lo ha intervistato.

Professor Bettoni, qual è l’oggetto della sua ricerca accademica?

La mia ricerca accademica verte principalmente sui conflitti territoriali; mi occupo di tutto quello che riguarda gli antagonismi tra attori politici per il controllo diretto di un territorio o quantomeno di quello che può diventare un territorio, della sua evoluzione. Le mie aree del mondo di principale interesse sono: l’Italia, l’Europa e da circa 15 anni l’Area Mediterranea e tutta l’Africa inclusa la parte Nord Africana ma anche quella Subsahariana, particolarmente quella francofona come il Sahel, ossia l’area che va dalla Mauritania fino al Kenya. Ultimamente mi sono occupato molto della Repubblica Democratica del Congo e delle terre alte come Rwanda e Burundi.

Cosa s’intende per geopolitica oggi alla luce delle trasformazioni poste in essere dalla pandemia da Coronavirus?

Definiamo Geopolitica, una contesa tra due o più attori politici per il controllo di un determinato territorio. In questa contesa viene coinvolta anche la popolazione che o vive direttamente su quel territorio o è rappresentata dagli attori coinvolti. Una delle principali contese geopolitiche può essere quella riguardante la questione arabo-israeliana. Esistono contese interne ad uno stesso Stato come, ad esempio, quella tra un gruppo di Comuni e la Regione per decidere gli interventi strutturali (fare o no un aeroporto, dove collocare un’uscita autostradale). Questi sono antagonismi di geopolitica locale, molto più numerosi rispetto a quelli di geopolitica internazionale o esterna. Per quanto riguarda la pandemia, invece, ha messo maggiormente in luce i rapporti di forza; in un articolo ho definito il Covid-19 un vero “reagente dei rapporti di forza nel mondo”. La pandemia ha messo in risalto quanto il sistema-mondo sia in realtà molto delicato e ha posto i seguenti interrogativi: cosa ha significato concentrare buona parte della produzione dei nostri beni d’uso quotidiano in Cina quando quest’ultima ha chiuso i battenti durante la pandemia? Quanto siamo coesi a livello europeo? Qual è la nostra forza di negoziazione vera? Il Covid ha messo in luce questi interrogativi e l’Africa in questo contesto non è altro che un “fanalino di coda”.


Lei, all’Università degli Studi di Roma Tor Vergata, tiene il corso di Geografia della Mondializzazione. Che differenza intercorre tra questa e la Globalizzazione? Si può parlare oggi della crisi di quest’ultima?

Si confondono moltissimo i termini Mondializzazione e Globalizzazione; in inglese e in spagnolo si usa solo Globalizzazione.

Gli unici Paesi che utilizzano entrambe le espressioni sono la Francia e l’Italia. La Globalizzazione parla di questo sistema planetario di scambio di merci, di rapporti finanziari. Questo fenomeno nasce con la liberalizzazione del mercato finanziario voluta da Reagan e da Thatcher: è possibile acquistare azioni a Tokyo e a New York standosene comodamente seduti a Colleferro.

La Globalizzazione è tutto questo nuovo livello di scambio; è come se si fosse venuta a creare una nuova scala geografica dello scambio economico, commerciale e finanziario.

Magari un imprenditore gestisce un magazzino merci ad Istanbul mentre la sua zona di produzione è sita a Milano.

Per Mondializzazione s’intende, invece, quel rapporto d’influenza che un mondo sempre più interconnesso assume: oggi abbiamo integrato elementi di cultura giapponese, sudamericana, statunitense nella nostra. Noi oggi mangiamo l’avocado nelle nostre insalate e questo è un rapporto di Mondializzazione.

Sempre inerente al corso, una parte è incentrata sull’Africa, cosa sta a significare il continente oggi? Si tratta davvero di un’area così povera e sfruttata da multinazionali?

L’Africa è talmente maltrattata che il 70% delle dosi di vaccino, ad inizio aprile, sono controllate da 10 Paesi: di questi 10 nessuno è un Paese africano. L’Africa è inserita nella Globalizzazione ma è poco influente in questo sistema, risultando una vittima. Abbiamo costruito intorno all’Africa un sistema che usa il continente ma che non lo rende partecipe nel sistema-mondo.

L’Africa non è sfruttata dalle sole multinazionali ma anche da noi che comperiamo pochi tessuti africani, ma scarichiamo loro i nostri capi d’abbigliamento usati, distruggendo così la loro capacità di produzione tessile.

Il continente in questione viene utilizzato dalle multinazionali, dagli Stati e anche da noi. Questo tenere l’Africa in una condizione di difficoltà, di rapporto asimmetrico a nostro vantaggio, ci priva di un partner importantissimo. L’Africa, se avesse la possibilità di formare correttamente i propri giovani, metterebbe a nostra disposizione talenti, creatività ed intelligenze che contribuirebbero a trovare migliori vie per tutto il mondo.

L’Africa conta tantissimo; i nostri telefoni non si fanno senza il coltan, materiale che proviene dall’area della Repubblica Democratica del Congo.

È da segnalare un rapporto iniquo: l’Africa dà molto più di quanto non riesca a prendere e subisce molto più di quanto non riesca ad influenzare gli altri.


In un suo video su YouTube, Lei spiega l’importanza di una vera carta geografica e la sua utilità nei media. Perché nel mondo dell’informazione questo strumento è così essenziale? A livello nazionale come è cambiata la nostra carta alla luce delle restrizioni (zone rosse, arancioni)?

Le carte geografiche sono uno strumento fondamentale per spiegare il mondo. Le carte non sono una fotografia della realtà, bensì una rappresentazione soggettiva della stessa. Sono fondamentali perché hanno un modo di rappresentare determinati fenomeni che nessun altro strumento riesce a fare: Google Earth e Google Maps non riusciranno mai a sostituire una vera e buona carta geografica. Il problema è che in Italia non sappiamo realizzarle e usarle come fanno gli altri Paesi; siamo molti bravi in infografica ma abbiamo una tale scadente competenza geografica che facciamo pessime carte.

Non puoi fare una buona carta geografica se non hai una competenza in geografia. Le carte geografiche raccontano storie, spiegano situazioni.

Il problema dell’Italia riguarda la scarsissima produzione editoriale di carte geografiche; i migliori quotidiani al mondo hanno una redazione d’infografica dove tra i più importanti redattori vi sono persone con dottorati di ricerca in Geopolitica e Geografia. Noi non facciamo un ragionamento spaziale, mentre le carte geografiche ci consentono di collegare le linee tra puntini. In Francia esistono riviste che fanno informazione solo con le carte geografiche.

Le più importanti redazioni al mondo come New York Times, Le Figaro, Le Monde, The Guardian hanno una vera e propria redazione composta da persone con competenze geografiche e cartografiche. Le Monde ogni domenica pubblica a tutta pagina una carta geografica che è legata ad un’analisi geopolitica.

Constatata l’emergenza sanitaria globale, come incide questa sui cambiamenti demografici?

Il primo argomento problematico da prendere in considerazione è il cambiamento demografico nel senso della quasi regressione della crescita demografica in Italia. Solo nel 2020 in Italia abbiamo perso 400mila persone.

Il Covid-19, a livello planetario, ha rappresentato un’onda d’urto mostruosa sulla crescita demografica; questa ha un impatto fortissimo in alcuni territori e molto meno in altri.

Se i francesi, che partivano dalla nostra stessa dimensione demografica qualche anno fa, sono arrivati a 67milioni di abitanti, noi siamo fermi a 60,4 e quasi sicuramente scenderemo sotto i 60 milioni. Quest’ultima dinamica non accadeva dalla Seconda Guerra Mondiale e tutto ciò è pericoloso per l’Italia, non solo per il sistema pensionistico ma anche per la crescita; noi andiamo verso una piramide demografica che tra qualche anno somiglierà molto a quella giapponese, ossia quella in cui la parte degli ultraquarantenni supera quella degli under-quaranta.

Il problema demografico torna ad essere una questione fondamentale con la quale dovremmo fare i conti.

Da anni si parla della cosiddetta “Questione dei confini”. Secondo Lei, questi sono scomparsi o hanno subìto una radicale ridefinizione?

I confini non sono mai scomparsi e li abbiamo sempre fatti noi. I confini non smettono di aumentare, basti pensare alla ex-Jugoslavia. Ci sono ancora tantissimi antagonismi di confine che riguardano le aree marine e le aree territoriali; c’è una zona di conflitto tra Sudan ed Egitto, vi è una questione di frontiera importante all’interno dell’Etiopia.

La frontiera è purtroppo ridiventata importante in questo periodo perché abbiamo un tentativo molto forte, in una grande instabilità planetaria, di riaffermare il “noi” e il “loro”.

Questo passa attraverso il disegnare una linea di frontiera su una carta geografica; le frontiere naturali non esistono ma sono sempre basate su un rapporto di forza. Esistono gli uomini che scelgono un punto naturale per definire una frontiera. La frontiera rappresenta un punto di disequilibrio perché si mettono in contatto dei territori che hanno caratteristiche politiche e sociali diverse. La frontiera è di grande attualità ed è fonte di esclusione rispetto all’altro e ciò crea uno stress interno alla stessa frontiera.

“Geopolitica e Comunicazione” è il volume curato da Lei e dalla Web Content Specialist, Isabella Tamponi e pubblicato nel 2012. Qual è, secondo Lei, il minimo comun denominatore tra il versante della Geopolitica e quello della Comunicazione?

“Geopolitica e Comunicazione” è stato un libro di grande successo perché è un testo che mette in collegamento due elementi importanti: la Geopolitica come disciplina che si occupa delle conflittualità e la Comunicazione. Questa è parte integrante della Geopolitica; se io voglio governare il Kosovo e sto in Serbia, costruisco tutta una narrazione per dire perché io sono legittimato a governare il Kosovo mentre l’Albania no.

Altrettanto l’Albania costruirà un suo storytelling. Non c’è Geopolitica se non c’è Comunicazione. Noi costruiamo narrazioni per spiegare il perché devo essere io e non l’altro a governare quel territorio. Queste rappresentazioni sono diffuse nei media e in questi la popolazione partecipa a questa discussione, risultando parte integrante di questa conflittualità geopolitica. Ecco perché la Geopolitica può essere rappresentata con degli articoli di giornale; esistono dei programmi televisivi di Geopolitica che sfruttano carte geografiche, perché la geopolitica si occupa di territorio. Senza territorio non esistono questioni geopolitiche. È questo che fa la differenza tra Geopolitica e Relazioni Internazionali.

Come cambiano i rapporti geopolitici nello scenario della competizione Usa-Cina? Quale ruolo assume l’Europa in questo contesto?

I rapporti tra Usa e Cina sono peggiorati con Biden ancor più che non con Trump. La pandemia su questo ha solo mostrato quanto l’una e l’altra siano più vulnerabili di quanto non ci piace immaginare.

La conflittualità tra Usa e Cina è fatta su scale diverse: mentre gli Usa hanno ora un’ambizione, ancor di più dopo Trump, planetaria, la volontà della Cina è di essere leader nella sua area regionale. La Cina non vuole diventare il “gendarme del mondo”, non si prefigge d’intervenire militarmente ovunque ma vuole governare tutta l’area del Mar della Cina come leader principale.

In più la Cina vuole investire laddove hanno interessi. C’è una differenza tra Usa e Cina: gli Usa che vogliono tornare ad essere un attore planetario mentre la Cina vuole essere un attore regionale ma con una potenza ormai totalmente disinibita nei confronti degli altri player planetari. L’Unione Europea in tutto questo, per la fragilità nel suo sistema di Governance, continua a non avere un ruolo importante se non come mercato attrattivo.

Al termine di questa situazione pandemica, come pensa che i futuri studenti si approcceranno alla Geopolitica? Quale chiave di lettura adotteranno per affrontare tale settore disciplinare?

Tutto ciò dipende molto dalla sensibilità del singolo studente. Al di là del Covid, gli studenti avranno ancor di più la sensazione di vivere in un mondo che è una “casa unica” e che quasi ci fa dire: vale la pena parlare ancora di Stati Nazionali quando le questioni devono essere gestite a livello planetario? Chi governa l’UE sono i vari ministri nazionali che s’incontrano nel Consiglio Europeo. Anche qui si tratta di rapporti di forza.

A livello planetario accade la medesima dinamica: le Nazioni Unite non riescono a risolvere conflitti. Lo studente che si avvicinerà alla Geopolitica dopo la pandemia avrà chiara la sensazione, basti guardare all’ineguaglianza relativa alla distribuzione dei vaccini, alle misure trovate e alla distribuzione delle risorse per affrontare la pandemia.

Se noi non insegniamo ai ragazzi ad avere una riflessione su più scale a livello territoriale non saranno mai completamente interessati e quindi comprenderanno i fenomeni a compartimenti stagni.

Qual è stato lo spunto che l’ha indotta ad approcciarsi allo studio della Geopolitica?

Mi sono dedicato alla Geopolitica dopo essere stato, nel 1993, in Croazia durante la guerra croato-bosniaca in cinque campi profughi. Andai a Parigi e conobbi Yves Lacoste e parlammo di Geopolitica Interna e mi dedicai alla Geopolitica Elettorale Italiana.

Dopo gli studi di Scienze Politiche trovai un grande interesse in qualcosa di così concreto come la riflessione territoriale, ossia la geografia. Questa mi permetteva di ragionare in maniera molto più concreta rispetto a tutto quello che avevo studiato con grande passione fino a quel momento, la politica, i rapporti di forza. La Geopolitica l’ho trovata sempre e ovunque; quando me ne occupavo per i Balcani, in Italia per le questioni elettorali, quando iniziai a ragionare sulle Infrastrutture e sulle Politiche di Sviluppo in Lombardia, Puglia e Veneto.

Sono tutti elementi che partono da rapporti di forza e questo mi ha fatto trovare un grande elemento di concretezza.

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