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  • Luigi Musacchio

Dadamaino, arte come ricerca

INTERVISTATORE: Come debbo chiamarla, signora Dadamaino o, più semplicemente, signora Maino?

ARTISTA: «Faccia lei. Per quanto mi riguarda, le preciso che non fu mia la scelta di passare per “Dadamaino”. Tutto avvenne per un mero errore di stampa su un catalogo olandese. Ma sa che le dico? quel fatto per me fu come un’illuminazione sulla via di Damasco. Fui come presa da un fascinoso richiamo. Da allora mi sentiti partecipe di quella che sarebbe stata un’ardimentosa avventura nelle sperimentazioni dell’avanguardia milanese degli anni Cinquanta».

L'artista Maino, più nota come Dadamaino

I.: Per il resto, non ha mai fatto cenno ai suoi precorsi figurativi.

A.: «Se ricordo bene, era il 1957. Partecipavo ad un premio per l’autoritratto presso il Circolo della Stampa di Milano. Fu la scintilla che accese il mio interesse verso un’arte che scoprivo solo allora in maniera diretta; ma fu soprattutto la fortunata occasione di incontrare Lucio Fontana e Piero Manzoni. Con Lucio, così come con Piero, stabilii un rapporto di amicizia diciamo “estetica”. Ricordo che mi colpì soprattutto un’opera di Lucio. Si trattava della serie “Concetto spaziale”, il colpo mortale inferto alla pittura d’antan. I tagli i buchi sulla tela – ciò che anche la critica più seria non ha considerato – non erano la “trovata” sfrontata o ignobile di un artista “contro”, ma il risultato di un’azione meditata a lungo. Bisognava vederlo Lucio alle prese con la tela: vi indugiava per non so quanto tempo prima di por man alla lama. Sembrava che i suoi tagli non fossero inferti al tradizionale supporto pittorico ma, forse, al mondo dei tanti non-sensi che allora angustiavano, come oggi, l’umanità. Più che tagli erano “sciabolate” e più che buchi erano segni di “mitragliate”. Io, almeno li intendevo così; tanti di quei tagli e tanti di quei buchi avrebbero segnato anche – posso dire così? – la mia arte».

I.: E sono stati anche motivo di ispirazione per i suoi Volumi.

A.: «Se non fosse stato Fontana a perforare la tela, probabilmente non avrei osato farlo neppure io. I suoi tagli mi aprirono un nuovo mondo per così dire. Avrei dato al cosiddetto “astrattismo” una base e un’altezza insospettate: intuizione ed espressione. L’intuizione legata agli accadimenti reali dai quali, come da un luogo di nascita, essa prende spunto e si annida nell’animo dell’artista; e poi, dopo debita meditazione, essa prende le vie infinite dell’espressione attraverso il medium artistico. Niente di “astratto” dunque, tutto di “intuìto” e di espresso sì.

I.: «Se le cose stanno così, da dove pensa che siano scaturiti i “tagli” di Fontana?».

A.: «A me piace pensare che Fontana sia stato più futurista dei Futuristi. Gli artisti avvertono in anticipo le vibrazioni del tempo a venire. Gagarin, “tagliando” i confini della Terra, non fu lanciato nello spazio nel 1961? Non voglio ascrivere a Lucio poteri di preveggenza. Voglio solo dire che il “fiuto” si addice agli artisti, che si adoprano come possono a manifestare i loro presentimenti».

I.: «E, invece, i suoi Volumi­?».

A.: «Io ho fatto del mio meglio. E dico subito, a lei e a tutti i critici suoi colleghi, non ho mai avuto nessuna “ascendenza” con i “rettangoli” di Mondrian. Quelli sì che erano assolute “astrazioni”, slegate da qualsiasi contingenza temporale e godibili, semmai, solo su un piano di estetica piacevolezza. I miei Volumi, e qui rispondo alla sua domanda, con i loro “vuoti” – bianche voragini inghiottite nello sbigottimento di un nero totale – possiedono un significato bivalente: denunciano, da un lato, l’inanità dell’artista nel dare spiegazioni ai vuoti metafisici della mente e, dall’altro, la speranza di “bucare” la fortezza dell’assoluto più insondabile».

I.: «Mi pare che il passo successivo, dopo i “vuoti” dei Volumi siano stati i tagli a croce dei Rilievi.

A.: «Con i Rilievi ho dato corso alle mie sperimentazioni, tutte, comunque, collegate da un solo intendimento: conferire uno spunto e uno specchio alle speculazioni dell’artista, che, al pari di quelle dei filosofi e degli scienziati, tenta di esprimersi nelle “sue” costruzioni di segni, concettuali e metafisiche. I miei Rilievi e i miei Cromorilievi, costruiti anche su supporti trasparenti, hanno conferito una nuova sostanza e una nuova modalità descrittiva alla percezione della realtà, che sempre a noi si presenta nella sua piatta e uniforme superficie ovvero nel suo dinamismo figurativo e geometrico. Io ho prediletto la percezione geometrica perché più intrigante e furtiva. La mente umana ama il nascondimento, ma è ugualmente attratta dalla specularità sia verticale che obliqua della figurazione percettiva».

I.: «Sbaglia, evidentemente, a questo punto, chi ritiene che lei abbia privilegiato solo il bianco e nero, o no?».

A.: «Guardi, la mia sperimentazione cromatica, che fa capo alla Ricerca del colore, segna la mia stagione creativa più appagante. Il colore rappresenta l’altro importante elemento della percezione umana, a cui conferisce connotazione di sapore anche affettivo-sentimentale. L’universo percettivo dello spazio, che si annichilisce nell’unico esaustivo rapporto bianco nero dei Volumi, si rianima nella baldanza del colore in tutte le sue tinte. Ho cercato di esplorare le infinite combinazioni cromatiche. Mi sono fermato a 100. Forse possono bastare per rendere almeno l’idea della potenza del colore”.

A.: «Ciò che colpisce della sua vita artistica, e che la rende protagonista indiscussa dell’arte del nostro Novecento, è il suo costante, indefesso “accanimento” nella ricerca estetica. Fino alla fine dei suoi giorni, si può dire, lei non ha smesso di seguire e inseguire gli stimoli della fascinazione estetica. Lo ha fatto, negli ultimi decenni, sempre con risultati sorprendenti, nuovi e inattesi. Dico con le serie dell’Inconscio razionale, dell’Alfabeto della mente, I fatti della vita, le Costellazioni e il Movimento delle cose».

A.: «Non mi vuole mica sottoporre a un tour de force per doverle illustrare tutti questi passaggi! Altrimenti più che del Movimento della Mente dovrei dirle del suo “stordimento”. Tuttavia, in linea di massima, la scongiuro di credere che ciascuno di questi momenti hanno rappresentato per me, più che esperienze “estetiche”, passioni “estatiche”. L’arte non può essere vissuta come un accadimento “normale”, alla stregua di un “mestiere”. Essa prende, è vero, l’anima e il corpo dell’artista, sottoponendolo a tensioni inimmaginabili, senza risparmiargli cocenti sconfitte e dolorosi disinganni. Ma la strada ti si apre sempre come una stupenda, irresistibile visione, come un bacio – lo dice una brava poetessa – che si fa spunto a carboncino per l’affresco totale. E allora scopri – sempre a detta della medesima poetessa – come ogni erba crescendo fa una musica: l’edera è un contrabbasso, il gelsomino un flauto, la campanella al vento una valchiria e, così, bellezza e gioia irrompono rovesciando ogni diga».

I.: «Signora Maino, lei mi stordisce con queste citazioni. Ultima domanda e può bastare così. Mi dica delle sue Costellazioni, per cortesia».

A.: «Dopo due o tre tentativi che ho chiamato Interludio, sono nate queste forme. Le Costellazioni sono opere alle prese con la ricerca di un’immagine immaginaria, dove la psiche è rigorosamente lasciata andare. I segni che avevo creato con l’Inconscio razionale e con l’Alfabeto della mente, qui non seguono rette lineari o perpendicolari, si sfrangono in direzioni multiple nello sforzo di creare uno spazio impossibile: l’infinito. E se il tempo è un’illusione – come voleva l’amato Einstein – forse che l’universo non può abitare ciascuno di noi? Che dice? Le va, allora di affrontare un viaggio?».

I.: «Il viaggio, gentile signora Maino, me lo ha concesso già Lei. La ringrazio».


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