• Valeria Bomberini

Esiste ancora un'America "eccezionale"?

Gli Stati Uniti hanno dimostrato poca elasticità nei confronti dei cambiamenti.

Il crescente potere della Cina ha messo in evidenza i limiti dello Zio Sam nell'instaurare il dialogo.

Negli ultimi giorni sono sempre più numerose le notizie che riportano una crescente perdita di fiducia nei confronti della presidenza di Biden.

Gli ultimi sondaggi hanno registrato un’inaspettata perdita di consensi, confermata dalle ultime elezioni in Virginia, dove si è votato per eleggere il governatore dello Stato.

Qui, il candidato repubblicano Glenn Youngkin ha sconfitto il democratico Terry McAuliffe in uno Stato che costituiva una sorta di “banco di prova” per il partito di Biden, dal momento che soltanto l’anno scorso il presidente aveva superato Donald Trump con un margine del 10 percento.

Viene da chiedersi cosa sia successo da un anno a questa parte, e come mai è sempre più visibile un generale atteggiamento di fiducia altalenante degli americani nei confronti dei poteri istituzionali.

Più in generale, sembra piuttosto evidente che la fase di euforia che aveva pervaso l’America per l’inizio di una nuova era “post-trumpiana” stia oramai lasciando il posto ad una cruda realtà di generale impantanamento, di cui l’America sembra purtroppo essere vittima da troppo tempo, soprattutto sul piano internazionale.

Certamente, una pandemia globale e la complicata gestione dei fatti di Kabul non hanno potuto che contribuire a mettere in crisi il Paese e ad offuscare ancora di più la vecchia e gloriosa immagine degli Stati Uniti che ricordiamo e che, nonostante tutto, gli americani continuano a proporre sul panorama internazionale. Se si guarda indietro di pochi anni, infatti, non si può non notare come le ultime presidenze americane abbiano trovato sempre più difficoltà a guidare gli Stati Uniti nel loro ruolo di leader mondiale.

Guardando al passato, l’ascesa americana come unica potenza egemone rimasta sullo scenario internazionale era stata di fatto completata con il crollo dell’Unione Sovietica, la principale rivale americana nella lotta alla supremazia mondiale.

Gli anni a cavallo tra la fine degli anni ’80 e i primi anni ’90 hanno infatti segnato un passaggio epocale, rompendo il vecchio ordine bipolare e facendo strada a un nuovo ordine unipolare, dominato dalla leadership americana. Tuttavia, l’euforia iniziale ha ben presto lasciato il posto alla realizzazione del costo che questa leadership avrebbe comportato. Soprattutto perché l’America, da sempre impegnata a scalare la vetta, si è trovata impreparata a impostare uno specifico piano d’azione nei confronti delle sfide che avrebbero cambiato per sempre le sorti e la natura stessa del contesto internazionale con cui questa doveva rapportarsi.

Biden e Trump

Ci ha pensato Bush (G.H.W.) a trascinare l’America in una nuova sfida nel Golfo del Persico, facendo leva sul sentimento di gloria e superiorità americana, cavalcando l’onda della vittoria nella guerra fredda; ci ha provato Clinton, avanzando un modello di “eccezionalità” americana forse meno evidente, più improntata sulla proiezione del modello americano oltreoceano.

Tuttavia, entrambi i tentativi hanno riportato scarsi successi: si pensi al totale fallimento diplomatico nei Balcani o all’indecisione americana nel contesto del genocidio in Ruanda.

Entrambe le presidenze, anche se con modalità differenti, hanno tentato di traghettare il proprio Paese attraverso una nuova impresa, forse ancora più difficile che vincere il confronto con l’URSS. Nel tentativo di mantenere a tutti i costi il primato mondiale, l’America ha dimostrato una mancanza di preparazione di fondo e di una visione a lungo termine che avrebbe permesso una gestione più lineare delle sfide. Ovviamente, se gli anni ’90 hanno fatto strada contemporaneamente alla consacrazione della supremazia mondiale e all’apertura della più grande crisi americana, quest’ultima non può che essere stata acuita dallo schiaffo ricevuto dall’attacco dell’11 Settembre. Un duro colpo che ha devastato l’America non soltanto in termini di perdita di vite umane, ma che ha messo in luce la sua più grande vulnerabilità.

Glenn Youngkin e Terry McAuliffe

Gli Stati Uniti hanno dimostrato poca elasticità nei confronti dei cambiamenti del contesto che li circonda, riuscendo con fatica ad allontanarsi dai vecchi schemi del concetto di “eccezionalismo americano”, di cui da sempre il Paese si è avvalso per costruire l’identità stessa della nazione.

Oggi, il contesto internazionale ha subito dei cambiamenti non indifferenti, primo fra tutti l’ascesa e l’affermazione di nuove forze politiche ed economiche che sono entrate in concorrenza con l’oramai obsoleta supremazia americana. Ne è un esempio lampante il caso della potenza cinese, con la quale è piuttosto evidente che gli Stati Uniti fatichino a instaurare un dialogo senza scatenare un effetto domino che si riversa sul contesto globale. Oramai da tempo, e specialmente durante l’era di Trump, gli Stati Uniti sembrano voler continuare a portare avanti un gioco politico che però viene oramai impostato su regole economiche, risultando in una palese difficoltà nel dialogo con la concorrenza e in una volontà di seguire le proprie regole, a scapito degli equilibri internazionali.

È ancora poco chiaro se questo atteggiamento sia in realtà la proiezione esterna di una perdita di “self-confidence”, per dirla all’americana, che sfocia in una rincorsa disperata alle fondamenta salde dell’identità americane. Quel che appare molto chiaro è sicuramente che queste fondamenta, questo senso di eccezionalismo americano a lungo invocato dai poteri istituzionali, trovi poco riscontro con la realtà dei fatti, anche alla luce del profondo cambiamento socioculturale interno che l’America si trova oggigiorno a dover fronteggiare.

Rimane da vedere perciò se il mito dell’eccezionalismo americano sia in grado di reggere la prova del tempo o se invece sia oramai un semplice retaggio culturale e strumento di retorica che in futuro possa spingere alla costruzione di una nuova identità di nazione.

importante per i sistemi economici.”


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