• Gennaro Malgieri

Il naufragio delle Istituzioni

Della loro riforma se ne parla molto. Da decenni. Perlopiù a sproposito.

Le istituzioni politiche sono al centro di un’orgia di parole e di suggestioni come poche altre nel nostro tempo. Sembra che a esse ci si appassioni, ma non è vero.

La discussione della quale sono al centro è il pretesto per parlare d’altro. Intanto deperiscono. Insieme con il sistema che dovrebbero governare.

L’istituzionalismo, negli scritti di Santi Romano, per esempio, è stata una grande dottrina.

Nella pratica dei governi europei ottocenteschi una guida straordinaria dalla quale hanno tratto linfa le amministrazioni pubbliche più avanzate e coese come quelle francese e austriaca.

Oggi semplicemente è scomparsa dal nostro vocabolario.

Le istituzioni sono l’espediente teorico per non decidere, a differenza di quanto immaginava Carl Schmitt o si illudeva che potesse accadere Gianfranco Miglio.

Così la politica senz’anima tiene in piedi un dibattito sulle riforme delle istituzioni che non decolla. Importante è riferirsi a un tale astratto concetto soprattutto quando nulla lascia intendere che esso possa tramutarsi in qualcosa di concreto.

E le istituzioni deperiscono.

Seguite dalla società che non trova difesa agli elementi che la costituiscono in nessun soggetto abilitato a garantirne la vitalità, l’espansione in un contesto di libertà.

Le istituzioni a cui ci si riferisce qui sono essenzialmente quelle costituzionali tipiche di uno Stato di diritto. Un tempo vivevano “naturalmente” nell’ambito di una cittadinanza consapevole, non v’era neppure bisogno di richiamarsi a esse per legittimare atti che erano coerenti alla loro essenza.

Si sapeva e veniva pacificamente accettato che il potere legislativo, quello esecutivo e quello giudiziario avevano ambiti di competenza e d’azione che la legge fondamentale impediva di travalicare. L’invasione dell’uno nell’altro non era minimamente immaginabile.

La rottura è avvenuta quando la politica si è infiacchita, ha mostrato tutta la sua debolezza palesandosi inadeguata a reggere l’urto della modernità. È allora che legislativo ed esecutivo hanno preso a confliggere e nel conflitto s’è inserita, come supplente della funzione rappresentativa, la magistratura che ha riempito i vuoti che le altre due sfere avevano prodotto.

Il quadro, con il passare del tempo, ha provocato il deterioramento dello Stato sicché le sue strutture oggi appaiono oggettivamente anarchiche.

Nel suo ambito hanno luogo convulsioni e avvitamenti di fronte ai quali perfino la Corte costituzionale è costretta a emettere sentenze interpretative-manipolative che quasi mai accontentano le parti in causa. La crisi di legittimità del potere ha toccato livelli che fino a qualche tempo fa era difficile immaginare.

La società anarchica si nutre della “guerra” tra le istituzioni le quali mostrano la loro crisi quando non sono più dominate dalla legge astratta, ma dal personalismo di coloro che incarnano l’esecutivo al punto di arrogarsi, come è avvenuto frequentemente nel Novecento, il potere di emanare norme giuridiche.

Non diversamente, se la magistratura, deputata ad applicare le leggi quali che esse siano, fa sapere preventivamente che esse non sono condivise o le reputa addirittura sbagliate, si capisce come e in qual modo la distruzione del principio di legalità repubblicana comporti la fine della legittimità stessa del potere. Che nel caso italiano è un potere fondato sullo Stato legislativo, secondo la definizione che ne diede Carl Schmitt nel 1932 nel saggio Legalitat und Legitimitat: «Uno Stato legislativo è un sistema statale dominato da norme, di contenuto misurabile e determinabile, impersonali e perciò generali, prestabilite e perciò pensate per durare: un sistema in cui legge e applicazione della legge, legislatore e organi esecutivi sono separati fra loro.

In esso “governano le leggi”, non uomini, autorità o magistrature; più esattamente ancora, le leggi non governano, esse si limitano ad avere il valore di norme.

Non vi è più dominio e potere bruto; chi esercita il potere e il dominio agisce.sulla base di una legge” oppure “in nome della legge”.

Egli non fa altro che applicare in modo competente una norma già vigente.

La legge è prodotta da una istanza legislativa, la quale però non governa, né rende esecutive o applica le sue leggi, ma si limita soltanto a produrre le norme vigenti, in nome delle quali poi organi esecutivi soggetti alla legge possono esercitare il potere statale.

La realizzazione organizzativa dello Stato legislativo conduce sempre alla separazione fra legge e applicazione della legge, legislativo ed esecutivo».

È questo un «principio costruttivo di fondo» su cui si basa il limite della personalizzazione del potere e, dunque, della confusione tra chi è abilitato a esercitarlo. Il potere, insomma, è la norma che trova nella stessa il soggetto legittimato a esercitarlo.

Oggi chi può dire che accade la stessa cosa in Italia, ma potremmo riferirci anche al resto dell’Occidente dominato da centri di potere personali che non promanano da nessuna norma e decidono senza passare al vaglio di nessun soggetto a cui si applicano le decisioni stesse?

Ecco la frantumazione e la irriconoscibilità delle istituzioni.

E perciò l’insorgenza e la dilatazione della società anarchica priva di un centro riconoscibile di potere.

La conseguenza è la distruzione dell’ordine comunitario fondato su valori inalienabili che vengono costantemente calpestati in nome di una democrazia distorta e non più sostanziale poiché rappresentata in un’astratta volontà generale e non in atti di concreta partecipazione popolare che dovrebbero essere gli elementi costitutivi di un corale sentimento di appartenenza e, conseguentemente, fonti di decisioni normative sottratte all’arbitrio di chi usa confondere i momenti del dispiegarsi della legalità poiché ritiene di poter negare in radice il principio della legittimità dello Stato legislativo.

Le istituzioni muoiono quando non sanno più rigenerarsi.

Sono come mostri che divorano se stessi.

E in questa barbarie è racchiuso tutto il dramma che viviamo in una comunità senza Stato. Non so, francamente, quanti si rendono conto che la crisi sta producendo deserti politici, ma anche civili e morali. L’uso strumentale che si fa del tema delle riforme, mi induce a ritenere che la consapevolezza ancora non opera.

E forse è già tardi.


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