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Il richiamo degli oppressi


Come forse non sempre intuiamo, l’ordine mondiale è costituito da Stati, ovvero, da strutture organizzate che raggruppano, sotto proprie leggi, popoli stanziati stabilmente su un territorio, che rispondono ad un potere sovrano esercitato da un'autorità che opera per il perseguimento di fini giuridici e sociali riferenti ad un mix di valori propri del sovrano, sia esso monarca, “popolo”, ecc.

In effetti, anche se il termine “Nazioni Unite” potrebbe trarre in inganno, a ben vedere, i membri dell’ONU sono degli Stati Sovrani ed alle Nazioni Unite spetta il compito di mantenere la pace e la sicurezza internazionali, sviluppare relazioni amichevoli fra le Nazioni, cooperare nella risoluzione dei problemi internazionali e nella promozione del rispetto per i diritti umani, rappresentare un centro per l’armonizzazione delle diverse iniziative nazionali.

Questi Stati spesso sono anche Nazioni, quando le persone che vivono nel territorio sentano di avere radici storiche e culturali, tradizioni, valori, lingua, religione, usi, costumi e patrimonio comuni, ma ciò non sempre accade ed anzi, molto spesso, Nazione e Stato non coincidono e la Nazione si estende oltre il territorio statuale o, addirittura ne è solo una parte.

Anche in Paesi che storicamente sono viste come Nazioni, sussistono parti della popolazione che ritengono di avere una specificità sul territorio dello Stato, che li distingue dagli altri. È il caso delle tribù indiane per gli Usa, dei corsi per la Francia. Addirittura, il Regno Unito è costituito da quattro Nazioni: l’Inghilterra, con capitale Londra, la Scozia, il Galles e l’Irlanda del Nord.  Così, per la Cina, gli Uiguri, costituiscono una delle più estese e coese minoranze etniche e religiose dello Stato. Anche, per la Russia, con la sua varietà di lingue, tradizioni, etnie e culture, la questione nazionale riveste senza alcun dubbio un’importanza essenziale. E abbiamo accennato solo agli Stati che hanno il diritto di veto in seno alle Nazioni Unite.

Dunque, se esistono Stati in cui i soggetti che insistono sul territorio sottoposto alla sovranità statale vivono la medesima “identità” comune, lo Stato esiste in una condizione di coesione interna, ma anche di differenziazione rispetto all’esterno, che ne fa un elemento unico capace di esprime la voce di un popolo coeso, con profonde radici condivise. L’identità si affievolisce, quando, invece, i popoli sono soggetti ad una autorità statale che non coincide con le tradizioni storiche e culturali dei soggetti all’autorità statale, e questo accade in tutti quegli paesi dove sono presenti, ad esempio, come sopra cennato, etnie differenti.

Il termine etnia, molto in uso nell'antropologia della fine del 19° sec., sta ad indicare un raggruppamento umano distinto da altri sulla base di criteri razziali, linguistici e culturali; tale definizione, tuttora impropriamente ma correntemente usata, è stata sottoposta a radicale revisione dall'antropologia contemporanea è, tuttavia, a nostro avviso utile per indicare tutti quei gruppi umani che, insistono sul territorio di uno Stato seguendo tradizioni culturali e religiose distinte dalle altre etnie presenti nel comune territorio statale.

Sebbene sia possibile che diverse etnie possano vivere in perfetto equilibrio, quando le leggi dello Stato in cui si ritrovino, riconoscano e garantiscano il libero perseguimento dei loro fini, questo fatto di per se solo, è elemento di “disturbo”. In effetti, lo Stato si rileva per quello che è, ovvero, una organizzazione caratterizzata da potere coercitivo sui suoi cittadini, che trova la sola ragione di vita nella condivisione del potere coercitivo che esercita e nella condivisione delle leggi che propone. In altre parole, non esiste un humus, una sostanza comune che lega i membri dello stato stesso, che si espone di volta in volta al prevalere dell’una o dell’altra componente nazionale e, in tal senso può vivere fino a quando la parte minoritaria ne accetta le conseguenze.

La questione è in questi giorni più che mai sul tappeto; la guerra in Ucraina e, nel martoriato territorio palestinese, ne sono, a mio parere, la logica conseguenza. Stati che non sono Nazioni e rivalse nazionali, magari giustificate dal richiamo identitario degli oppressi.

Forse per la concomitanza del 4 novembre, alla mente mi si riaffacciano quei moti popolari che, in italia, hanno portato alle guerre d’ indipendenza, ed in particolare la memoria va alla prima guerra d'indipendenza. Sappiamo che essa fu combattuta dal Regno di Sardegna e da volontari italiani contro l'Impero austriaco ed altre nazioni dal 23 marzo 1848 al 22 agosto 1849 dopo che, in particolare, Milano e Venezia si ribellarono all'Impero austriaco e si dettero governi propri.

Il punto che a me interessa fu che il Regno di Sardegna attaccò, in due campagne militari, l'Impero austriaco ed anche se in entrambe fu sconfitto (Custoza e Novara), perdendo la guerra, l’attacco allo Stato imperiale austriaco fu l’episodio dal quale generò la nascita dello Stato italiano.

In primo luogo, mi piace sottolineare come il Regno di Sardegna attaccò militarmente l’Austria per liberare e (“restituire” all’Italia, concetto tanto vago, quanto vivo nei cuori dei patrioti dall’allora), il Lombardo-Veneto. Insomma, in altre parole, il Regno di Sardegna compì un atto tanto grave, che avrebbe oggi certamente suscitato la condanna delle Nazioni Unite, allora inesistenti, tanto quando la società delle nazioni, che sarebbe comparsa solo dopo la Prima guerra mondiale.

Ma, al centro del discorso che mi preme fare, c’è un concetto in questi tempi, sempre dimenticato in Occidente e che, tuttavia, è ancora linfa vitale per milioni di uomini, che sono alla ricerca del proprio spazio vitale.

Il termine Patria, o anche di terra natale o terra dei padri, ovvero (concetto ancora più complesso da comprendere oggi) di paese, luogo e collettività in cui gli individui si sentono affettivamente legati per origine, storia, cultura e memorie. Un concetto sradicato dalle menti di tanti uomini, per far posto ad un astratto mondialismo che considera i fenomeni politici, economici, culturali, sociali come espressione di equilibri e relazioni tra i diversi stati, e non come, per fortuna o per maledizione è, ovvero, la manifestazione di singole componenti nazionali. La realtà, e che il mondialismo non risponde al cuore, ma al portafoglio e che le logiche ed i fenomeni economici e finanziario non coprono l’interezza umana, che deve dare risposta a bisogni anche spirituali. Di qui, un mondo più fragile e pronto a ritrovarsi ineluttabilmente in nuovi conflitti che non riesce a gestire.

Di qui una serie di guerre infiniti, su cui l’O.N.U non potrà mai fare nulla a meno di non riformarsi, togliendo un inutile e oramai pericoloso diritto di veto sulle decisioni assembleari.



 

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