• Silvano Moffa

Italia, un paese fragile

Lo spirito, il lavoro e le nuove sfide della Croce Rossa nell'intervista al suo Presidente.

Francesco Rocca: Sono ancora troppi i Comuni che non hanno piani di emergenza.

L’immagine del neonato aggrappato al salvagente tra le onde nello spicchio di mare che lambisce l’enclave spagnola di Ceuta, ai confini con il Marocco, ha fatto il giro del mondo.

Le mani del soldato strette a quel corpicino irrigidito dal freddo. Ancora una volta, una foto drammatica irrompe nelle nostre case e ferisce il cuore e la coscienza. Disperati che fuggono dalle loro terre. Migranti colpevoli di essere poveri.

Come si può girare lo sguardo altrove? E perché non c’è mai soluzione al fenomeno migratorio? Eppure, qui è in gioco la vita.

La vita di una umanità dolente, piegata e piagata da indicibile sofferenze. Sul nostro versante, quello di un Occidente opulento e di una Europa invertebrata, sono in gioco valori essenziali: la tradizione cristiana, la cultura umanista, la nostra stessa civiltà.

Un giornale ha titolato: “Quel bambino aggrappato al salvagente, e noi…aggrappati all’apericena”. Fotografa, quel titolo, un mondo squilibrato e confuso.

La nostra conversazione con Francesco Rocca, presidente della Croce Rossa Italiana e Internazionale, inizia proprio dalla foto di quel neonato e del suo soccorritore.

“In queste ore circola anche un’altra foto, la foto di una nostra volontaria che abbraccia un migrante in lacrime. Anche questa foto sta facendo il giro del mondo. Qui non si tratta di essere pro o contro l’immigrazione che è un fenomeno strutturale.

Qui emerge la grande debolezza della politica europea.

Ho iniziato a fare il volontario a cavallo tra il 1977 e il 1978. Era il periodo dei rifugiati provenienti dal Corno d’Africa per sfuggire alle persecuzioni di Mènghistu, il Negus rosso responsabile di orrendi crimini contro il popolo etiope. Dopo 33 anni, continuiamo a ricevere profughi da quelle stesse terre del Corno d’Africa. E’ la dimostrazione del fallimento della Comunità internazionale. Un fallimento della politica che non è riuscita a risolvere il problema migratorio. Di più.

Questo fallimento ha fatto sì che l’attenzione si spostasse su chi fa il proprio dovere sul piano umanitario e compie gesti umanitari. I gesti umanitari non sono mai gesti politici.

Non lo è il gesto di salvare una vita nel Mediterraneo, non lo è abbracciare o consolare chi soffre. Purtroppo, questi gesti sono invece percepiti come gesti politici.

Ciò è preoccupante. Perché è segno di una barbarie, di una perdita di radici cristiane. E’ il riflesso dell’assenza di una politica vera. Aiutiamoli a casa loro non può ridursi a slogan.

E’ un monito cui dare concretezza impegnando risorse adeguate nei bilanci degli Stati.


A proposito di squilibri e del monito “Aiutiamoli a casa loro”, ora c’è anche il tema delle vaccinazioni. L’Africa è molto indietro, è un grande problema?

Il problema è duplice. Da un lato, ci sono i numeri. In Africa vive il 14 per cento della popolazione mondiale e, ad oggi, è stato vaccinato soltanto l’1%. Questo la dice lunga sulla ineguaglianza che si sta creando nella distribuzione dei vaccini, un tema legato esclusivamente alla ricchezza dei Paesi. I 50 Paesi più ricchi al Mondo vaccinano 30 volte di più rispetto ai 50 più poveri. Sono dati oggettivi. Il problema è, ancora una volta, nelle mani di una comunità internazionale fragile, incapace di superare gli egoismi nazionali.

Comprendo tutto, che ci sono forti interessi, anche di natura fiscale, delle multinazionali farmaceutiche, ma c’è anche un interesse comune superiore da salvaguardare: chiudere al più presto la lotta al virus per evitare nuove varianti. Per non parlare di un tema sociale ineludibile.

Il lockdown, le chiusure ci sono anche in Africa. Solo che lì manca una adeguata rete sanitaria e sociale. L’Africa sta pagando un prezzo altissimo per la Pandemia.

Le rimesse provenienti dagli emigrati si sono drasticamente ridotte per effetto delle restrizioni adottate in Europa a nei Paesi occidentali. Tutto questo non fa che aumentare la pressione migratoria verso le nostre coste e alimentare il risentimento di quelle popolazioni verso i Paesi ricchi.


Spostiamo lo sguardo in casa nostra, in Italia. La Croce Rossa è sempre in prima linea negli eventi drammatici. Pronta ad intervenire con le sue falangi di volontari. Sta avvenendo anche ora con il Covid 19. La vostra opera spesso sopperisce ad alcune carenze oggettive dello Stato. Penso al nostro sistema sanitario. Non crede, Presidente, che la regionalizzazione della sanità abbia procurato più danni che benefici?

La regionalizzazione certamente non ha aiutato. Dividere le decisioni per 21, quante sono le regioni italiane, è una autentica babele. Mettere d’accordo 21 teste è un problema. D’altronde sappiamo che, a prescindere dalla Pandemia, ancor prima che ci colpisse il virus, esistevano cittadini di serie A e di serie B a seconda di come negli anni è stata gestita la sanità dalle varie regioni. C’è una grande responsabilità in capo a quegli amministratori che non hanno gestito al meglio il settore.

E’ fallito il regionalismo, o, almeno, questo tipo di regionalismo ed è fallito pure il cosiddetto federalismo fiscale?

Vede, la stessa migrazione sanitaria è una cosa tristissima. Penso alle famiglie che debbono affrontare costose trasferte per assistere i loro cari ricoverati in ospedali lontani dalle loro dimore.

Ai disagi e alle difficoltà che debbono sostenere. Nessuno le ripaga di questi sacrifici.

L’Italia è un Paese ad alto rischio sismico. I terremoti sono purtroppo frequenti. Lasciano ferite profonde. Poi, arriva il tempo della ricostruzione. E qui tutto diventa complicato, lento, difficile. Lei più volte ha lamentato la mancanza di pianificazione e programmazione da parte degli enti locali. A che punto siamo?

In questo vedo una responsabilità della politica locale e una carenza di quella nazionale che non ha il coraggio di sanzionare i Comuni che non adottano piani di intervento adeguati.

Onestamente, devo dire che negli ultimi tre/quattro anni la situazione è leggermente migliorata. Ma il ritardo è grave. Sono ancora troppi i Comuni sprovvisti di piani di emergenza.

Eppure, è essenziale conoscere il territorio, preparare le aree di ricovero, sapere dove poter ricostruire. Il nostro è un Paese prone to disaster, prono al disastro, soggetto ai terremoti, a rischio geologico, colpito sovente da alluvioni. Viviamo in un territorio morfologicamente complesso. Avere capacità di programmazione consente di accelerare le fasi di ricostruzione. Il terremoto più recente, quello di Amatrice, ha colpito tanti piccoli comuni e distrutto un enorme patrimonio artistico e culturale. In tutta l’area del cratere abbiamo accumulato ritardi enormi nella ricostruzione. E’ inaccettabile che i cantieri stiano partendo soltanto ora, dopo cinque anni.

E’ un intero sistema che non funziona.



L’8 maggio di ogni anno si festeggia la giornata mondiale della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa. Il pensiero corre al fondatore, lo svizzero Henry Dunant, considerato il padre dell’umanitarismo moderno. Ma oggi come si coniuga l’umanitarismo con le trasformazioni, anche tecnologiche, che stanno cambiando il mondo?

Partiamo da una considerazione. L’attività umanitaria, all’origine della Croce Rossa, nasce nei conflitti armati. Poi, i conflitti si sono trasformati. Noi abbiamo mappato la situazione: esistono più di 600 gruppi armati nel mondo fra loro diversi.

Sono gruppi armati, non eserciti regolari. Interloquire con queste forze irregolari è molto complicato. Far capire e accettare alcuni principi contenuti nelle leggi sui prigionieri di guerra o far condividere il rispetto dei civili non è facile.

In Italia abbiamo accordi importanti con le Forze Armate, con le quali agiamo fianco a fianco, ed esiste un Centro strategico della Difesa dove si insegna il diritto umanitario, un ciclo formativo che prepara i nostri soldati ad operare, con comportamenti adeguati, negli scenari di conflitto. Serve a distinguere ciò che è lecito da ciò che non lo è. Un confine non sempre netto e chiaro.

A volte ci hanno accusato di connivenza, quando abbiamo cercato il dialogo proprio con quei gruppi irregolari. Ma è nostro dovere far digerire anche alle formazioni armate irregolari alcune regole basilari. Di conflitti irregolari nel Mondo ce ne sono parecchi. In Africa, in Medio Oriente, in varie zone dell’Asia, fino a poco tempo fa in Colombia.

E oggi c’è una nuova sfida: quella della intelligenza artificiale…

E’ la nuova frontiera con cui ci stiamo misurando. L’uso dell’intelligenza artificiale, delle armi “intelligenti”. Armi dalle quali proteggere i civili. Affidare tutto alle macchine intelligenti e ai robot ha conseguenze enormi sulle popolazioni.

La Croce Rossa, con la sua presidenza, sta allargando molto il proprio raggio di azione. Si occupa, per esempio, anche degli stili di vita dei giovani. Ha assunto iniziative per la lotta al bullismo e al cyberbullismo. Insomma, i volontari si occupano anche di educazione giovanile.

Sono molto orgoglioso del lavoro che svolgono i nostri giovani volontari in questo ambito. L’azione di contrasto al bullismo e all’azzardo rientra nei nostri progetti. Non esistono soltanto le crisi legate alle catastrofi naturali.

Ci sono anche le crisi individuali. Riteniamo nostro dovere aiutare ogni essere umano che attraversa una crisi profonda a livello individuale.

E’ fondamentale comprendere le criticità che vivono i nostri giovani, il loro senso di isolamento. Il prolungato lockdown ha avuto effetti sulla psiche di molti ragazzi.

Ecco, in questo i social sono di aiuto, perché ci consentono di connettere i nostri volontari con le aree del disagio giovanile.

Così si disegna e si svolge un ruolo di prevenzione?

Prevenire e mitigare sono elementi che ampliano lo stesso concetto di crisi. Poco fa accennavo alla preparazione necessaria e alla prevenzione nell’ambito della protezione civile per far fronte ai terremoti e agli eventi naturali. Analogo comportamento va assunto nella società.

E’ anche lì la nostra missione: prevenire dove è possibile, mitigare al massimo le conseguenze di una crisi, sia comunitaria sia individuale.

Aiutiamo i senza fissa dimora, ma non possiamo dimenticare le persone, spesso anziane e fragili chiuse in casa senza che ci sia qualcuno che le aiuti, anche semplicemente facendogli la spesa.

Non possiamo permetterci di perdere un tessuto sociale così importante. Quando si ragiona di “ultimo miglio” si dimentica che non ci sono leggi, delibere regionali o comunali, regolamenti amministrativi perfetti. Ecco a che cosa serve la sussidiarietà.

Puntate molto sulla formazione dei volontari. In che modo?

Curiamo una formazione interna che nasce dall’esperienza ed è codificata in regolamenti assai rigidi per gli operatori di emergenza, per chi opera nel sociale e in ambulanza.

Lo spontaneismo è una risorsa. C’è molta generosità quando ci sono disastri e nelle situazioni di crisi. Però in alcuni contesti la formazione fa la differenza tra la vita e la morte. E ciò vale anche per la sicurezza stessa dei soccorritori.

Non è un caso se i nostri volontari sono gli unici che i Vigili del Fuoco hanno voluto al loro fianco in occasione del crollo del ponte Morandi. In questi contesti o sei formato o metti a rischio le operazioni di soccorso, non le faciliti, sei d’intralcio. Nei giorni scorsi ho firmato un protocollo con i Vigili del Fuoco per corsi di formazione comuni.

Uno scambio di esperienze importante per crescere insieme. Lavorare con questi autentici maestri del soccorso ci rende orgogliosi.

Allo stesso tempo, trasmettere le nostre nozioni sulle manovre salvavita o il primo intervento di soccorso è fonte di reciproco arricchimento.


Presidente, quanto è difficile guidare la Croce Rossa Italiana e, nel contempo, quella internazionale?

Può apparire un paradosso, ma è più facile gestire la Croce Rossa internazionale rispetto alla nostra. Posso dire con assoluta franchezza che la nostra Croce Rossa è una delle più forti e organizzata al mondo. Non siamo secondi a nessuno.

L’Italia però è la terra dei campanili, come si sa. Questo riverbera anche al nostro interno chiamandoci ad una mediazione più complessa tra le tante articolazioni della nostra struttura. Mediazione più difficile rispetto a quella con le 192 Croci Rosse internazionali.

Le racconto un aneddoto. Quando fui eletto presidente della Croce Rossa internazionale, un attimo dopo l’elezione i miei concorrenti, eravamo in quattro ad ambire a quel prestigioso incarico, si misero subito a disposizione. Concretamente.

E sa perché? Perché consideravano il successo del presidente un successo di tutti. Da noi, invece, spesso sedimentano rancori e sentimenti di rivalsa che sono un po’ lo specchio della società in cui viviamo.

L’esperienza internazionale, confesso, mi ha aperto un orizzonte di riflessione e di esperienza di cui continuo a far tesoro. Direi che sta incidendo profondamente sulla mia stessa vita.

Come nascono in Francesco Rocca l’idea e poi l’impegno nel volontariato?

Nascono da un ragazzo abbastanza turbolento che ha fatto errori come tutti. Ma che, ad un certo punto della sua vita, ha capito che non c’è niente di più bello che mettersi in gioco per migliorare la vita del prossimo. L’impegno nel volontariato è simile, per certi versi, all’impegno in politica. Entrambi tendono a migliorare la comunità.

Si riferisce, mi pare ovvio, alla politica alta e nobile. Non a quella deprimente che spesso dobbiamo osservare. Quella politica scomparsa dai radar e di cui si avverte la necessità.

Certamente. Direi che il volontariato è una forma di espressione proprio di quella politica alta e nobile cui ha fatto riferimento. E’ nell’indole di ogni uomo aiutare il prossimo.

Fa parte delle nostre radici. Da italiano voglio ricordare che Henry Dunant era svizzero ed ha fondato formalmente la Croce Rossa. Ma l’ha fatto dopo aver visto all’opera le donne italiane di Castiglione delle Stiviere raccogliere e curare i feriti dell’esercito autro-ungarico, i nostri nemici.

Furono quelle donne del Risorgimento, madri, mogli e figlie dei nostri soldati sul fronte a pronunciare la frase “Siamo tutti fratelli”.

Quelle donne seppero riconoscere umanità nel soldato nemico.

Qui sta la forza rivoluzionaria, queste sono le nostre radici. Nel suo libro Un Souvenir de Solférino Dunant racconta di essersi recato in quei luoghi, nel pieno della guerra di indipendenza, per parlare con Napoleone III di alcune concessioni sul canale di Suez. Ma fu folgorato da quelle donne.

Da quella folgorazione nacque l’idea di fondare la Croce Rossa. Nella fragilità noi esseri umani siamo tutti uguali. Il che, però, non faceva venir meno in quelle donne risorgimentali la volontà di proteggere i confini della Patria.

Parafrasando Dostoevshij, Presidente, potremmo dire che “è la bellezza dell’umanità che può salvare il mondo”.

Esattamente. E’ lo spirito della Croce Rossa.

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