• Valeria Bomberini

L'asse tra Putin e Xi Jinping

La guerra Russia - Ucraina apre nuovi scenari geopolitici. Il ruolo della Cina.

Le armate russe sono ufficialmente entrate a Mariupol.

Mentre i bombardamenti continuano senza sosta in Ucraina, il contesto diplomatico internazionale ha prevedibilmente aperto le porte a un attore che in tutta questa vicenda era rimasto finora in disparte, la Cina.

Lo scorso 14 marzo Jake Sullivan, consigliere per la sicurezza nazionale americano, ha incontrato a Roma Yang Jiechi, membro del partito comunista cinese e direttore della Commissione affari esteri.

L’incontro ha acquisito rilevanza dopo la notizia riportata sul Financial Times, che mostrava la Cina intenzionata a rifornire gli arsenali di Mosca.

Notizia tuttavia non confermata, che ha già fatto storcere il naso a Pechino. ùGli Stati Uniti d’altro canto hanno voluto fortemente questo incontro, da una parte per cercare di dissuadere Pechino dallo spalleggiare apertamente la Russia (soprattutto sul piano dell’assistenza militare), dall’altra come occasione per “tastare il terreno” e cercare di interpretare eventuali segnali di apertura cinese.

Questo ha portato qualche speranza ma scarse novità; tuttavia, ha messo in luce il solerte atteggiamento cinese, che oggi più che mai potrebbe essere l’ago della bilancia e cambiare le sorti di questa vicenda.

Innanzitutto, c’è da evidenziare la scelta occidentale di giocare la carta cinese, dopo il fallimentare tentativo a mediazione turca, nell’incontro di Antalya fra il ministro degli esteri russo Lavrov e il suo omonimo ucraino Kuleba.

Una scelta a dir poco rischiosa, quella di far scendere in campo la Cina, che potrebbe innescare un meccanismo di rivoluzione geopolitica ed economica, già ampiamente iniziato negli ultimi anni con una presenza cinese sempre più forte nell’economia internazionale.

Pensiamo alla Belt and Road Initiative, la “nuova via della seta”, il progetto strategico di investimenti – per cui l’Italia era stata il primo Paese del G7 a firmare il memorandum d’intesa nel 2019, suscitando la preoccupazione di diversi Paesi Ue e degli Stati Uniti - volto a potenziare il collegamento commerciale cinese con l’occidente.

Progetto che, al netto dell’interesse puramente economico, mira principalmente a inoculare il cosiddetto soft power cinese nella sfera d’influenza americana.

Dall’altra parte, c’è la conferma dell’ambiguità di Pechino e della sua volontà di giocare una partita di bilanciamento su due fronti: un cauto appoggio alla Russia in chiave antistatunitense che non debba però precluderle la possibilità di una cooperazione, soprattutto nell’ottica di una ulteriore apertura commerciale all’Ue.

Sì, perché da una parte questo conflitto potrebbe far comodo a Pechino, distraendo dalle sue mire economiche e potenzialmente scansando la Russia dal suo storico ruolo predominante nella lotta agli Usa, eleggendo la Cina come unico attore sulla scena internazionale nel confronto con l’occidente.

Ricordiamo che le due superpotenze orientali, nonostante si siano ritrovate negli ultimi anni a far fronte comune, condividendo l’obiettivo di destabilizzare l’attuale ordine geopolitico, divergono su molti interessi e interpretazioni del concetto stesso di sfida internazionale. Tuttavia, il modus operandi cinese è estremamente pragmatico.

È noto che l’interesse principale di Pechino è fare business e non solo una guerra di questo calibro sta minando la stabilità che le occorre per portare avanti le sue partnership commerciali, ma appoggiando apertamente la Russia nella sua folle “riconquista sovietica” pregiudicherebbe automaticamente i suoi affari in occidente.

Come riportato su Limes, confrontando l’interscambio commerciale del 2021 con la Russia e quello con Stati Uniti ed Europa – 147 miliardi di dollari a fronte dei 657 e dei 586 miliardi degli scambi con Usa e Ue – diventa chiaro il peso che l’occidente ha negli interessi economici cinesi.

Si spiega così la posizione di Pechino, che rimane legata alla Russia dalla loro “alleanza senza limiti”, ma senza anteporla ai suoi reali interessi.

Il che potrebbe significare utilizzare le due situazioni a suo vantaggio, ad esempio usando la sua influenza sulla Russia come potere negoziale con gli Stati Uniti.

Certo, la telefonata tra Xi Jinping e il presidente americano dello scorso 18 marzo non è stata di grande auspicio. Con un tipico proverbio cinese, è stato lasciato intendere che al momento Pechino non è intenzionata a fare promesse di mediazione.

Questo significa che difficilmente la Cina cambierà la sua strategia nell’immediato, e questo potrebbe essere un problema per Stati Uniti e Nato, che in questo confronto perdono potere contrattuale.

Il rischio che corriamo è di conferire una responsabilità enorme nelle mani di una potenza che sa come sfruttare l’occasione di inserirsi nel nuovo contesto mondiale, dimostrando che l’ordine cinese può essere un ordine stabile, e l’idea di un assetto internazionale i cui equilibri dipendono dalle regole e dai valori cinesi preoccupa non poco.



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