• Mario Landolfi

La destra e la decadenza

Sosteneva qualcuno che di politica e di giornalismo s’intendeva che lo stato di salute di una società non si giudica dalla sontuosità dei suoi eventi ufficiali o dalla solennità dei discorsi parlamentari ma dai piccoli fatti della cronaca spicciola.

Giorgia Meloni, Presidente di Fratelli d’Italia

È soprattutto tra quelle pagine, spesso divorate da lettori ritenuti - chissà poi perché - meno avvertiti, che è possibile cogliere quegli “scricchiolii sinistri” quasi sempre forieri di futuri disastri.

Ma la notizia, purtroppo per noi, è che quella fase l’Italia l’ha superata da tempo.

Più che registrare “scricchiolii sinistri”, infatti, le cronache odierne riecheggiano l’assordante rimbombo dei boati prodotti dal continuo crollo di certezze, speranze e illusioni.

È come se l’inesorabile forza dei fatti si sgolasse ogni giorno per avvertirci (inutilmente) che stiamo correndo incontro alla più cupa decadenza.

Qualcuno ancora si ostina a chiamarla “transizione”, forse perché è più rassicurante.

Fosse davvero così, tuttavia, non ci preoccuperemmo di definirla «infinita» come invece facciamo da praticamente da sempre e al solo scopo di ingannare noi stessi.

Purtroppo è inequivocabilmente decadenza.

Non viene altro termine da scomodare, del resto, dopo aver letto che all’ultimo concorso in magistratura solo il 5,8 per cento dei concorrenti ha superato la prova d’italiano mentre il restante 94,2 ha ricevuto sonora bocciatura.

Semplicemente avvilente la motivazione ufficiale di tale falcidia: «Non sanno scrivere».

È cronaca, appunto.

Ma il dramma nel dramma è che nessun leader di partito, neanche quelli di solito più ciarlieri (quasi tutti), ne ha parlato come se un cataclisma (sì, cataclisma) di tali proporzioni fosse un evento a sé stante e non ponesse - come invece pone - interrogativi a tal punto profondi, inquietanti e disarmanti da farci persino dubitare della nostra appartenenza ad una nazione civile.

Di fronte a tale sconquasso, che è soprattutto morale, viene da sorridere ripensando agli accorati sermoncini dispensati qua e là circa la necessità di introdurre più merito e più competenza nella nostra società. Ne parlano disinvoltamente anche molti politici, come se potessero imporli per decreto. Magari fosse, ma non è così: merito e competenza sono concetti che circolano e trovano applicazione nelle società sane e ben ordinate.

Latitano o si eclissano del tutto laddove invece il successo di una carriera, l’accesso a una professione, il superamento di un esame si defilano lungo le opache scorciatoie della prossimità e della relazione interpersonale. L’Italia, si sa, è iscritta in questo secondo elenco.

Ma non da sempre. C’è stato un tempo in cui non disdegnavamo parole come sacrificio, dovere, rinuncia.

Le pronunciavano gli italiani della fatica e della voglia di migliorarsi, quantunque temperata da quel necessario fatalismo che ti fa accettare le dure repliche della realtà persino quando appaiono ingiuste e immeritate. Era, la loro, l’Italia che sapeva ricominciare.

L’hanno incarnata talmente bene da risollevarla dopo un rovinoso conflitto perduto seguito da due anni di spietata guerra civile.



Uomini e donne che non ci sono più, ma il cui esempio potrebbe guidarci se solo esistessero forze politiche in grado di cogliere quegli “scricchiolii sinistri” della cronaca per trasformarli in grandi temi su cui ingaggiare battaglie culturali prima ancora che politiche.

Potrebbe (e dovrebbe) provarci soprattutto la destra, che è sentinella contro la decadenza.

Ma non accade perché ogni sua sfida resta irrimediabilmente inchiodata alla superficie della polemica quotidiana o del fatto di cui si parla, e spesso con scarsa capacità di dettare l’agenda politica.

Più volte, opinionisti come Ernesto Galli della Loggia e Massimo Adinolfi o politologi come Giovanni Orsina hanno messo in guardia Giorgia Meloni dal rischio di apparire troppo incline alla propaganda e di cavalcare temi di facile consenso a discapito di altri meno “popolari”, ma proprio per questo più idonei a dare l’idea di una “profondità” di pensiero e di progetto.

E qui torniamo a “bomba”, alla decadenza: poco meno di 95 aspiranti magistrati su 100 risultati non in grado di scrivere correttamente nella lingua nella quale avrebbero dovuto confezionare ordinanze e sentenze, vale - come motivo di battaglia politica - più di mille proposte di legge sul presidenzialismo.

Già, a quale Italia del merito e della competenza possiamo mai aspirare se la scuola sforna dottori che non sanno scrivere?

Lo spaccato che ci arriva sotto forma di errori di ortografia, di sintassi e di consecutio nelle prove riservate a laureati è insieme terrificante e nauseabondo.

Com’è possibile che queste persone siano arrivate a discutere con successo una tesi universitaria?

Come hanno fatto a superare indenni un quasi ventennale cursus studiorum - dalle elementari all’università - senza che un solo docente abbia rilevato e sanzionato le lacune sconsolatamente emerse nel concorso? Terrificante.

Non v’era (e non v’è) occasione migliore di questa per lanciare una sfida frontale alla pedagogia progressista, ai suoi falsi miti e alle scellerate leggi sulla scuola che ne sono derivate.

Argomenti che non portano voti?

Può darsi, ma è anche vero che una nuova consapevolezza su questi temi fondamentali comincia a farsi spazio nella società, almeno a giudicare dal successo che sta registrando l’ultimo libro di Luca Ricolfi e Paola Mastrocola (Il Danno scolastico).

Parliamo di due intellettuali che certo non si offenderebbero a sentirsi etichettare di sinistra.

Ciò nonostante, non hanno esitato a demolire in maniera argomentata e con metodo scientifico lo scempio consumato su intere generazioni di nostri giovani dall’intellighenzia progressista. Bene. E la destra?

Ne sentiremo mai la voce sull’argomento?

Beh, sarebbe ora. Perché una scuola in decadenza ha in grembo una società decaduta.

Decadenza è infatti concetto più irrimediabile di declino, nel senso che ne rappresenta il punto estremo di caduta. Apposta è vitale correggerne la traiettoria.

E spetta alla destra farlo, per destino oseremmo dire.

Perché la destra è prima nazione e poi fazione, e come tale incarna la specificità culturale di un popolo.

Ne custodisce perciò la continuità e la memoria.

Ed è naturalmente conservatrice perché affronta le sfide poste dal futuro con il realismo di sa che il passato è soprattutto un valore da preservare e non fastidioso ingombro di cui disfarsi. «La destra - insegnava Beppe Niccolai - sta in ginocchio davanti alla nazione».

Dovrebbe valere tanto più oggi che l’Italia è di fronte ad uno dei tornanti più impegnativi della sua vicenda unitaria. È come se la pandemia spingesse tutti insieme i nodi irrisolti delle sue tante contraddizioni - storiche, politiche, istituzionali, territoriali, sociali, economiche e morali – verso lo strettissimo pettine della storia.

Nodi che si presentano in forma di decadimento civile, arretramento culturale, caos istituzionale, palude politica, invidia sociale.

Per scioglierli - direbbe un vecchio slogan pubblicitario – non occorre tanto una destra grande quanto una grande destra. Lo sarà davvero quando nelle proprie scelte si farà guidare più dal coraggio che dal sondaggio.



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