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Mattarella in Africa torna a fare da apripista al sistema Italia, sulle orme del padre

Il Presidente sembra ripercorrere la geografia dell’influenza che l’Italia riuscì a ritagliarsi in Africa all’indomani del secondo conflitto mondiale



Nel novembre scorso il presidente Sergio Mattarella aveva compiuto un’importante visita in Algeria, tesa a rinsaldare e rafforzare gli storici rapporti tra i due Paesi. In quell’occasione era stato inaugurato ad Algeri un monumento dedicato al fondatore dell’Eni, Enrico Mattei, riconosciuto nel Paese nordafricano come uno dei principali sostenitori della lotta di liberazione dal colonialismo francese. Questa settimana il capo dello Stato è tornato a fare da apripista per il sistema Paese in Africa, con una visita in Mozambico e nello Zambia: Paesi interessati da importanti iniziative italiane, economiche e politiche, sin dagli anni Cinquanta del secolo scorso. Sembra quasi che Matterella voglia ripercorrere la geografia dell’influenza che l’Italia riuscì a ritagliarsi in Africa all’indomani del secondo conflitto mondiale. Un’opera di accompagnamento tesa a consolidare la ripresa nazionale.

Lunedì 4 luglio, così, il presidente arriva in Mozambico, dove Eni ha recentemente realizzato una gigantesca piattaforma offshore per la produzione di 450 miliardi di metri cubi di gas, sul giacimento di Coral, tra i più grandi al mondo. L’influenza italiana nel Paese risale ai primi anni Sessanta, quando il Mozambico era ancora una colonia portoghese (l’indipendenza arriverà solo nel 1975). Si tratta, inizialmente, di iniziative imprenditoriali limitate ma comunque significative, che vedono in campo Fiat, Iri, Mediobanca, Agip. È però nel 1992, grazie all’opera d’intermediazione della Comunità di Sant’Egidio, che la presenza italiana in Mozambico diventa strategica, con la firma degli accordi di pace tra il governo e i guerriglieri della Resistenza nazionale mozambicana (Renamo). Poco dopo, l’Italia dispiega nel Paese oltre mille alpini (Tridentina prima, Julia poi), per garantire la pace.

Altrettanto evocativa è la visita che Mattarella compie nello Zambia. In questa ex colonia britannica, immediatamente dopo la dichiarazione d’indipendenza (1964), erano già presenti Fiat, Olivetti, Piacenza (rimorchi), Agip, Mediobanca. Nel 1966 un consorzio italiano costituito da Fiat, Gondrand (trasporti) e Intersomer (Iri e Mediobanca) acquisì dal governo di Lusaka il 30 per cento della compagnia nazionale dei trasporti, organizzando di fatto il commercio internazionale del Paese, attraverso la Zambia Tanzania Road Services (Ztrs).

Privo di accesso al mare, il Paese puntò sullo sviluppo della strada detta “dell’inferno”, per le altissime temperature: duemila chilometri tra Lusaka e il porto Dar es Salaam, la capitale della Tanzania. L’impresa fu un’epopea che coinvolse due flotte di camion, una costituita di 430 autocarri Fiat 693 con rimorchio, versione del mitico 692, “il leone d’Africa”, ed un’altra di 400 autobotti gestite da Agip, per i rifornimenti necessari alla prima flotta. Fu necessario impiegare 40 meccanici e numerosi istruttori italiani, che formarono 940 autisti locali, il tutto finalizzato alla movimentazione di 700 mila tonnellate l’anno di merci, in un senso e nell’altro. Non è quindi un caso se a Lusaka esiste una Scuola italiana che accoglie 400 tra bambini e ragazzi, ed è la più prestigiosa del Paese.

La vicenda è stata raccontata dal professor Giovanni Farese in “Mediobanca e le relazioni economiche internazionali dell’Italia”, edito dall’istituto di Piazzetta Cuccia. In effetti, fu proprio Enrico Cuccia a curare personalmente l’impresa sin dal suo concepimento, compiendo un primo viaggio nell’area nel 1964, e definendo poi i dettagli dell’organizzazione nel corso di un viaggio compiuto a Lusaka nel giugno 1966.

Il presidente Mattarella, forse, considera la promozione del sistema Paese anche come un omaggio a suo padre, Bernardo, il quale fu ministro del Commercio internazionale a due riprese, dal 1955 al 1957, e ancora dal 1963 al 1966. Fu lui, tra l’altro, ad aprile la strada della cooperazione economica con l’Unione Sovietica, con un viaggio a Mosca compiuto nel 1964. Un’operazione coraggiosa, in piena Guerra fredda che, battendo sul tempo la concorrenza di Ford e Renault, consentì due anni dopo all’avvocato Giovanni Agnelli di firmare l’accordo con il governo sovietico per la realizzazione di una grande fabbrica automobilistica a Togliatti, sul Volga: una città costruita a tempo di record grazie alla collaborazione di tecnici italiani e sovietici, per ospitare 400 mila abitanti.

In pochi anni le Fiat 124, prodotte con il marchio Vaz, invasero l’Urss consentendo la prima motorizzazione di massa. “L’auto era un grido dell’anima”, raccontò anni dopo un ingegnere russo intervistato dalla Rai. Chissà se un domani, conclusa la guerra in Ucraina, non sia ancora una volta un Mattarella, lavorando senza fanfare, a riaprire la strada del dialogo con Mosca.


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