• Gennaro Malgieri

Paura, il fantasma che ci tiene prigionieri

La guerra Russo-Ucraina ha sconvolto gli assetti mondiali ed ha messo in pericolo non soltanto le nazioni interessate, ma l’intera umanità.

La pandemia non accenna a placarsi, per quanto i governi ne nascondano la portata violenta ed inarrestabile con l’alibi della discesa dei valori di contagiosità, di malattia e di morte, ma le cifre ognuno può leggerle anche se la mascherina sembra essere un tabù relegato negli armadi dell’orrore.

La crisi economica sta toccando da vicino tutti, in particolare in Occidente dove le materie prime scarseggiano, vuoi per il conflitto in armato in atto, vuoi per le sanzioni che se scalfiscono la Russia, ci fanno mancare gas, petrolio e grano.

La condizione climatica che ormai sembra irreversibile, condiziona le nostre vite e la produzione di ciò che nei secoli mai ci era mancato.

Si dissolvono territori grandi quanto continenti assediati dalla siccità, dalla denutrizione, dall’arrembaggio colonialista di potenze ad alto livello di aggressività, come la Cina e la stessa Russia. Le identità muoiono.

E così i popoli assistono alla loro sostituzione con altre portate da genti estranee e spesso ostili che s’insediano in terre che una volta erano il centro del mondo, a cominciare dall’Europa, e importano stili di vita, credenze religiose, minacce culturali, negazioni assolute di libertà, oltre al diritto di vedersi a tutti i costi riconosciute non come nuovi arrivati, ma cittadini del mondo che per i loro fini, legati spesso al banditismo islamico, non esitano a mettere in atto piani violenti.

L’assedio è la condizione della nostra quotidianità.

Si è assediati da tante cose e si avverte che i confini della libertà soprattutto nel nostro devastato Occidente si vanno restringendo giorno dopo giorno. Insomma: abbiamo paura.

E di molte cose. Dagli Stati sconfitti dalla pandemia alla guerra dichiarata da un macellaio addestrato in una palestra di terrore quale è stato il KGB.

La paura è visibile.

Si tocca con mano. Sembra che ci imprigioni. E tutto ciò contribuisce ad ammettere la sconfitta.

Una sconfitta dell’anima e del pensiero che è il dato estremo della modernità.

Infatti assistiamo a tramonti, a storie che finiscono, a legami che si sciolgono, a incertezze che ingigantiscono, a tormenti che non danno scampo.

Siamo pervasi da una sottile angoscia che ci tiene compagnia irretendoci.

Eppure non siamo capaci di rinunciare a nulla di ciò che preme alla porta delle nostre esistenze in maniera petulante, ossessiva, volgare, violenta.

Si fa presto a dire che non bisogna lasciarsi vincere dalla paura.

La paura ha già vinto. Salendo su un aereo, e non perché si tema che cada. Inoltrandoci nelle giungle che chiamiamo città e non soltanto per il timore di essere messi sotto da un pirata della strada o aggrediti da un malvivente.

Rientrando tra le pareti domestiche dove sempre più spesso in agguato c’è l’indifferenza come killer nascosto o subdolamente gradevole.

Ingannandoci con lo smodato possesso della materialità delle cose (per lo più inutili) dopo che abbiamo scacciato l’essere dal nostro personalissimo orizzonte.

Porgendo la mano al nemico ritenuto amico.

E, dunque, al netto delle catastrofi evidenti appena elencate, la paura ha ragioni materiali, ma anche immateriali con la quale tenere un conto aperto.

Tuffandoci nella crisi della civiltà ed immaginando che dall’appagamento di tutti i desideri possa derivare anche il soddisfacimento spirituale, in realtà ci immergiamo in un mare di paura nel quale non riusciamo a nuotare.

Abbiamo paura perché non sappiamo più dare un senso alle cose e nella nostra immaginazione prendono consistenza le forme più spaventose della dissoluzione del corpo e dell’anima.

Non possiamo non avere paura nel mondo in cui ci è toccato di vivere.

Così come ne avevano paura Bruegel il Vecchio quando dipingeva il Trionfo della morte o Hyeronimus Bosch L’Inferno o Il mondo dopo il diluvio: suggestioni demoniache o visioni umanissime dell’apparizione del Male?

Tra le primitive manifestazioni dei meccani di cui l’uomo s’è servito ve ne sono stati di divoranti messi in opera per dare l’assalto all’inconoscibile e l’avventura si è sempre, in ogni tempo, trasformata in una straordinaria opera d’arte dell’ingegno e del coraggio: non poteva dare luogo a paure se la sfida era commisurata all’ambizione di superare se stessi avendo rispetto della natura, insomma affermarsi senza distruggere e dunque temere la rivolta dell’inconoscibile, anche se spesso finiva in tragedia.

Oggi non è più così. Non abbiamo dimenticato le sofferenze del corpo e il suo declino tra le paure, ma queste sono “naturali”, non indotte, inventate, costruite.

Le amplifichiamo perché riteniamo di non doverci staccare dalla vita, perché la morte sarebbe il male assoluto, perché non riconosciamo purezza in un aldilà che ci è stato descritto, ma che nessuno ci ha mai fatto vedere. Paura del non- esserci, insomma.

È così che esaltiamo il corpo soltanto perché caduco e non espressione di forza e di bellezza.

Alla stessa maniera temiamo le forme per il solo fatto che non riusciamo a riprodurle, come è stato nel passato, quando la mente e lo spirito parlavano lo stesso linguaggio e leggevano nello stesso firmamento.

La paura, dunque, è il mostro che convive con noi, dentro di noi.

Una parola, tra le tante possibili lo riassume e lo descrive: guerra. Ma non basta.

O Pandemia, e non basta ancora.

Crisi della civiltà e ci siamo vicini, ma nessuno la prende in considerazione. In realtà la sola paura che riflette tutte le manifestazioni di terrore che ci stringono da ogni parte è il sentimento della nullità che pervade ognuno di noi, ma che nessuno ammette.

Il cammino è stato lungo, ma l’approdo è un sentiero interrotto, come constatiamo anche a una superficiale osservazione della nostra condizione.

Noi stiamo al di qua di questo sentiero e la paura per ciò che dovrebbe o potrebbe esserci al di là ci rende aggressivi, scontenti, amareggiati, doloranti.

Ma anche adoratori di effimeri monili che dovrebbero darci la felicità: paura è perdere l’inessenziale patrimonio sotto un bombardamento, in un attacco terroristico, dopo le devastazioni climatiche, al culmine di una pandemia, perfino alla fine di un amore. Fame e sesso segnano i confini di ciò che di più prezioso si può smarrire. Sono i Moloch della Civiltà.

O della Civilizzazione, come direbbe Spengler.

E a essi sacrifichiamo ogni cosa, ben sapendo che nella tomba non ci porteremo golosi appagamenti, né erotiche attrattive.

Ma allora, per non avere paura che cosa bisognerebbe fare? Rinascere, forse? La domanda viene dal deserto che si allunga da questa parte del sentiero interrotto.

E, francamente, non mi pare che qualcuno abbia risposto finora, almeno dopo il lacerante grido che squassò la Terra lanciato dal Golgota.

Forse lì, in quell’attimo, la paura spaccò le anime e si insinuò tra di esse dopo che un disordine di altra natura e diverse dimensioni aveva cercato, sia pur per poco, di rallegrare l’umanità nascondendola al proprio destino. Prometeo era vivo quando Cristo è morto.

Ma entrambi hanno visto la paura in volto e l’hanno vinta accettando la morte non come espiazione, ma come – se è concesso il paradosso – dolore gioioso.

La povertà del nostro tempo induce a ritenere che la paura non sarà vinta praticando l’edonismo come sublimazione laica di una sacralità perduta. Abbiamo una sola possibilità: convivere con la paura perché questo è il carattere del nostro tempo, immaginando l’angoscia che ne deriva, come diceva Soren Kierkegaard, quale «vertigine della libertà».

Essa, dunque, può essere paradossalmente una forza, ma non per questo possiamo o dobbiamo essere contenti del nostro destino.

La radicale soluzione sarebbe quella di rifugiarci in una sorta di privatissimo Eden dove nulla potrebbe scalfirci, ma è pura utopia. Allora che la paura sia con noi e ci accompagni dato che non abbiamo altra possibilità.

Forse la fede può alleviare il senso di precarietà che ci opprime. Ma da quanto vediamo in giro c’è sempre meno gente disposta a liberarsi dei fardelli “paurosi” in nome di qualcosa di più essenziale che la trascende. Insomma, della paura non si può fare a meno.

È nel nostro destino. Chissà per quanto. Il problema è come conviverci.


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