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Tunisia, archiviata la rivoluzione dei gelsomini

Archiviata l’esperienza della rivoluzione dei gelsomini, la Tunisia è oggi sempre più nelle mani del presidente della Repubblica, Kaies Saied, ma non è ancora chiaro in quale direzione stia andando il Paese arabo più vicino alle coste dell’Italia.

Il capo dello Stato ha avviato una vasta campagna di arresti di politici, uomini d’affari e giornalisti accusati di aver “cospirato contro la sicurezza dello Stato” dall’interno e dall’esterno del Paese. Tra le personalità di spicco finite in manette figurano leader politici islamisti come Khayam Turki, Abelhamid Jlassi, Faouzi Kammoun e Noureddine Bhiri, tutti vicini o membri del movimento Ennahda, principale partito di opposizione che si ispira ai principi della Fratellanza musulmana. Colpisce inoltre l’arresto Noureddine Boutar, direttore generale di "Mosaique Fm”, la radio indipendente più ascoltata del Paese, talvolta critica nei confronti del potere.

E’ stato arrestato anche un imprenditore di primo piano come Kamal Eltaief, 68 anni, vicino alla cerchia dell’ex presidente Zine el Abidine Ben Ali e con buone entrature nelle ambasciate straniere. Una purga trasversale, dunque, che colpisce tutti: islamisti all'opposizione, indipendenti ed esponenti dell'ex regime.

La campagna di arresti ha suscitato le preoccupazioni dell’Onu, della Germania e soprattutto degli Stati Uniti, il Paese che più di tutti ha influenza sul Fondo monetario internazionale (Fmi). Per ora tacciono il G7 (sempre diviso al suo interno) e l’Unione Europea, che probabilmente attende di sapere se il Fondo salverà o no la Tunisia dall’imminente default. La risposta del presidente tunisino, politico e giurista classe 1958, alle critiche da oltreoceano è stata veemente. “Non abbiamo rilasciato dichiarazioni esprimendo la nostra preoccupazione per la situazione dei diritti e delle libertà in un certo numero di capitali da cui provengono tali dichiarazioni", ha detto il presidente, in un incontro con la responsabile del governo da lui stesso nominata, Najla Bouden.

"L'idea della libertà è stata interiorizzata da noi (tunisini) molto prima di loro (gli statunitensi). Che guardino alla loro storia e alla loro realtà, prima di parlare della situazione in Tunisia! Noi siamo uno Stato indipendente e sovrano, non siamo sotto colonizzazione o protettorato", ha aggiunto il capo dello Stato eletto nell’ottobre del 2019 e che ha consolidato il potere il 25 luglio 2021, quando ha dissolto il parlamento ed esautorato il governo allora guidato da Ennahda. In precedenza, il portavoce della diplomazia Usa, Ned Price, si era limitato ad esprimere preoccupazione per le notizie sulla campagna di arresti.

Price aveva detto che Washington sostiene le aspirazioni del popolo tunisino verso "un sistema giudiziario indipendente e trasparente, in grado di garantire libertà a tutti”. Anche l'Alto commissario per i diritti umani delle Nazioni Unite, Volker Turk, aveva espresso preoccupazione per "l'inasprimento della repressione contro gli oppositori politici e i rappresentanti della società civile in Tunisia, soprattutto attraverso le misure adottate dalle autorità, che continuano a minare l'indipendenza della magistratura". Dichiarazioni alle quali aveva risposto in modo piccato il nuovo ministro degli Esteri della Tunisia, Nabil Ammar, definendo quelle dichiarazioni “frettolose, imprecise e false”. Secondo il capo della diplomazia di Tunisi, i recenti arresti di politici, giornalisti, attivisti e uomini d'affari sono dovuti a problemi legati alla sicurezza nazionale e non hanno nulla a che fare con l'attività politica, dei diritti umani o della libertà di stampa.

Critiche alla campagna di arresti anche dal governo tedesco che ha espresso "grande preoccupazione" e invitato le autorità a rispettare "l'indipendenza della magistratura" e le "regole dello stato di diritto". "Berlino è estremamente preoccupata per l'arresto di molti rappresentanti dell'opposizione, attivisti e giornalisti negli ultimi giorni in Tunisia", ha dichiarato il portavoce del governo, Wolfgang Buechner, in una conferenza stampa. "I principi democratici della libertà di espressione, della diversità politica e dello stato di diritto devono essere applicati in un paese democratico come la Tunisia", ha aggiunto il portavoce.

Berlino si unisce "all'appello lanciato dall'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per il rispetto delle regole dello stato di diritto e l'indipendenza della magistratura in Tunisia”, ha detto Buechner. Intanto la popolarità del presidente Saied resta alta, ma è in calo. Secondo un sondaggio condotto dall'istituto Emrhod Consulting in collaborazione con l'emittente televisiva tunisina “Attessia”, la percentuale di soddisfazione dei tunisini nei confronti dell'operato del presidente è scesa al 52 per cento rispetto al 68 per cento del febbraio dello scorso anno. Saied però domina ancora nelle intenzioni di voto. Secondo il sondaggio, condotto tra il 10 e il 15 febbraio, il 65 per cento degli intervistati ha affermato l’intenzione di votare Saied alle elezioni presidenziali che dovrebbero essere organizzate nel 2024.

Nonostante la situazione di grave crisi economica e un’affluenza poco sopra l’11 per cento in entrambi i turni delle elezioni legislative (17 dicembre 2022 e 29 gennaio 2023), Saied resta largamente preferito rispetto ad altri leader politici. Nel sondaggio condotto da Emrod Consulting l’ex candidato alle presidenziali del 2019, Said Saied, ha raccolto il 7 per cento delle intenzioni di voti, mentre la segretaria generale del Partito dei costituzionalisti liberi (Pdl), Abir Moussi, solamente il 6 per cento. Il leader del partito Afek Tounes, Fadhel Abdelkafi, ha raccolto il 3 per cento delle intenzioni di voto seguito da un altro ex candidato alle presidenziali, Lofti al Mraihi al 2 per cento. Va detto che il giro di vite voluto dal capo dello Stato avviene mentre la Tunisia sta affrontando una gravissima crisi economica.

A poche settimane dal mese sacro del Ramadan, risulta ancora difficile per i tunisini trovare negli scaffali dei supermercati banali prodotti alimentari di base, come ad esempio lo zucchero. Secondo il vicepresidente della Banca mondiale per il Medio Oriente e il Nord Africa (Mena), Farid Belha, la Tunisia sarà costretta rinegoziare il debito con il Club di Parigi, un gruppo informale di organizzazioni finanziarie dei 22 Paesi più ricchi del mondo, in mancanza di un accordo con il Fondo monetario internazionale per un maxi-prestito da almeno 1,9 miliardi di dollari. Preoccupa, da questo punto di vista, la velata minaccia di Saied il quale ha sollecitato i Paesi creditori a "cancellare" i debiti del Paese e a restituire i "fondi saccheggiati". Rivolgendosi ai creditori esteri, il capo dello Stato tunisino ha detto che “se volessero davvero stare al fianco del popolo tunisino, allora potrebbero cancellare i debiti che si accumulano anno dopo anno”. Il presidente, infine, si è detto fiducioso di poter superare l’attuale crisi contando solo sulle capacità di un Paese, però, privo di significative risorse naturali, affetto da siccità cronica e costretto ad importare grano dall’estero per distribuire pagnotte sussidiate dallo Stato alla popolazione meno abbiente: “Dobbiamo contare sulle nostre capacità, che non sono poche o scarse.

Siamo in grado di superare tutti questi ostacoli. La Tunisia è in grado di trovare soluzioni alle crisi economiche, sociali e finanziarie che rispondano alle esigenze della nostra popolazione". Nonostante le parole del presidente, appare evidente che senza aiuti esterni la Tunisia rischi seriamente il tracollo economico, con conseguenze anche in Italia per almeno due motivi: i flussi migratori e l’approvvigionamento energetico.

Gli arrivi dei migranti potrebbero moltiplicarsi drammaticamente con l’aggravarsi della situazione socio-economica, raggiungendo i picchi del 2014 (170 mila sbarchi totali via mare) e del 2016 (180 mila arrivi via mare). Non solo.

Il gasdotto Transmed, conosciuto anche come gasdotto Enrico Mattei, porta in Italia il gas algerino passando proprio per la Tunisia.

E l’Algeria è oggi il primo fornitore di gas dell’Italia. Senza contare che il progetto d’interconnessione elettrica tra l’Italia e la Tunisia – per il quale Bruxelles ha recentemente approvato un finanziamento di 300 milioni di euro – potrebbe fare da volano per gli investimenti tricolore nelle rinnovabili in Nord Africa, trasformando l’Italia in un “hub energetico” per l’intera Europa. A questo va aggiunto che l’Italia è divenuta nel 2022 primo il partner commerciale della Tunisia, sorpassando per la prima volta la Francia.

Vale la pena ricordare che la Tunisia è anche una importante piattaforma manifatturiera per l’industria italiana: nel Paese operano quasi 1.000 società a capitale italiano e molte altre potrebbero aggiungersi per effetto della disaffezione degli ultimi anni rispetto a produzioni in Asia, anche per evidenti motivi logistici.

Lo scorso 18 gennaio, il ministro degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale, Antonio Tajani, e il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, si erano recati in visita nel Paese nordafricano con l'obiettivo di garantire la sicurezza e la stabilità del Mediterraneo, nel quadro della lotta alla migrazione irregolare, e rafforzare i rapporti economici tra Tunisia e Italia.



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