• Mario Landolfi

TUTTE LE LACUNE DEL CODICE ZAN

Rischio di derive liberticide nelle norme che sono all'esame del Parlamento

Alessandro Zan, parlamentare del PD

Ignoriamo se quando questa edizione del Monocolo, uscirà il disegno di legge Zan avrà superato lo scoglio del Senato per trovare pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale. Speriamo vivamente di no. Al momento, è incagliato in una battaglia sui cavilli regolamentari all’interno della commissione Giustizia di Palazzo Madama.

Zan è il cognome di Alessandro, deputato del Pd. È sua la prima firma in calce al controverso ddl che si prefigge di introdurre sanzioni più severe a carico di chi dovesse a varo titolo nuocere a omosessuali e/o transgender. Obiettivo della “Zan” è infatti combattere l’omotransfobia in nome del sacrosanto diritto di chiunque ad amare chi vuole, anche se dello stesso sesso.

Uno che arrivasse da Marte per imbattersi nelle polemiche in corso al Senato, sui social e sui giornali, finirebbe per credere che il nostro codice penale sia avaro di sanzioni per chi ingiuria, diffama o addirittura compie violenze in danno di un gay, di una lesbica o di un transessuale. Fosse vero, sarebbe il caso benedire l’onorevole Zan per aver colmato una sì tanta insopportabile lacuna. Ma così non è. Il nostro ordinamento prevede e punisce già gli eventuali autori di quelle condotte. Al ddl Zan però non basta e pretende che ad esse vengano applicate specifiche circostanze aggravanti sul modello di quanto già avviene per i reati di mafia, terrorismo e razzismo.

La contestazione di una circostanza aggravante non si traduce solo nel pericolo (per l’incriminato) di una condanna più pesante ma potrebbe - nella fase investigativa – consentire anche l’utilizzo di strumenti d’indagine più invasivi, come ad esempio le intercettazioni. In più, il reato ipotizzato è perseguibile d’ufficio e non a querela di parte. Oggi, per ottenere riparazione, una persona ingiuriata o diffamata deve denunciare l’offensore. Con la “Zan”, se l’offesa è connessa al sesso, all’identità di genere o all’orientamento sessuale dell’insultato, non ce ne sarà più bisogno. Provvederà direttamente un magistrato sulla scorta della notitia criminis, vale a dire anche un ritaglio di giornale o un post su Facebook. E non è finita, perché il peggio di sé la “Zan” lo evidenzia all’articolo 4 che, ai fini di una maggiore comprensione della mostruosità giuridica ivi contenuta, vale la pena riportare per intero: «Ai fini della presente legge, sono fatte salve la libera espressione di convincimenti od opinioni nonché le condotte legittime riconducibili al pluralismo delle idee o alla libertà delle scelte, purché non idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti».

Non bisogna essere raffinati giuristi per sapere che il diritto è gerarchicamente disposto. È il motivo per cui l’altro nome con cui definiamo la Costituzione è Legge fondamentale. Una legge ordinaria, questo significa, non può contraddire o negare una norma di rango costituzionale. Zan fa persino peggio e mette nero su bianco che «sono fatte salve la libera espressione…».

In pratica, la sua legge «fa salvo» l’articolo 21 della Costituzione. Persino una matricola della facoltà di giurisprudenza capirebbe che siamo di fronte ad un’autentica aberrazione giuridica. Nel migliore dei casi è un’inutile ridondanza. Nel peggiore, lo constateremo più avanti. Sta infatti arrivando il momento in cui, raddrizzato lo schienale e riallacciate le cinture, dobbiamo prepararci ad affrontare le più esasperate turbolenze innescate dall’articolato in questione.

Le incroceremo laddove il «fatte salve», cioè la non punibilità, investe le «condotte legittime» (ma se legittime perché parlarne?) «…purché non idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti». Inutile girarci intorno: la deriva liberticida dell’abominio giuridico Zan si annida esattamente qui.

Già, chi stabilisce il perimetro fuori dal quale c’è il concreto pericolo che le «condotte legittime» possano inciampare in quel «purché» spalancato come la bocca di un demone affamato? Fuor di metafora, chi stabilisce se e quando una condotta cessi di essere legittima per trasformarsi in un’istigazione e quindi in un reato? Si potrà ancora esprimere l’opinione in base alla quale sostenere, come mera valutazione personale, che una «donna trans non è una donna» o essa innescherà la reazione di un’autorità che in quel giudizio vorrà scorgere, anche in perfetta buona fede, una minaccia da perseguire penalmente? Più che possibile, sarà altamente probabile che sulla scorta della notitia criminis, un pm potrà indagare il presunto reo, entrare nella sua vita, mandarlo a processo (l’udienza preliminare è un semaforo perennemente verde per le Procure) in attesa di un giudice che deciderà, quando deciderà.

Nel frattempo, la vita del presunto reo sarà trasformata in un inferno. Fantascienza? Sembra, ma non lo è, quantunque il ddl Zan sarebbe piaciuto moltissimo a George Orwell. Non fosse altro perché vi avrebbe trovato l’applicazione concreta del suo psicoreato che in “1984” consentirà al Grande Fratello di Oceania di far arrestare e torturare Winston e Julia, i protagonisti del romanzo. Ma probabilmente è vero il contrario, nel senso che è “1984” ad aver ispirato Zan e la sinistra nella stesura di questa mostruosità legislativa indegna di una nazione civile.

E tale deve apparire anche a loro se stanno dando fondo a tutte le loro energie pur di strapparne l’approvazione nel pieno di una pandemia senza precedenti e nel bel mezzo di una campagna vaccinale che stenta a decollare.

Ma ogni medaglia ha il suo risvolto.

In questo caso è l’auspicio che siano proprio questi eccessi a stimolare riflessioni meno pigre e conformistiche sui guasti profondi che in tutti i settori sta producendo il pensiero unico in accoppiata con la neolingua del politically correct. Strano a credersi, ma anche nel romanzo di Orwell neolingua e psicoreato viaggiano in tandem. Entrambi ci sospingono verso un futuro dove la libertà non riguarderà più tanto quel che si dice quanto il come si dice.

E questo, beninteso, in nome della stessa libertà. «Quanti delitti in tuo nome», ammise sconsolatamente Madame Roland, che per ottenerla aveva fatto la rivoluzione. Stava salendo i gradini del patibolo.

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