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Usa, si replica il duello


Biden e Trump

La politica sta diventando un tema sempre più polarizzato a livello globale e dal risultato prevedibile, e le recenti elezioni americane ne sono la prova.

Sono pochissime, infatti, le sorprese venute fuori i in questo contesto.

Esiste un fil rouge che può essere letto con il cambiamento negli equilibri politici, ma dà modo di riflettere anche sugli equilibri sociali e sul sentimento generale nei confronti della politica che si è diffuso in questi ultimi anni.

Già nel mese scorso abbiamo anticipato quanto accaduto durante i caucus - le assemblee che precedono il voto vero e proprio - e alle primarie che si sono tenute nei vari Stati americani.

Si è parlato di una possibile rielezione di Trump, tutt’altro che improbabile. Abbiamo visto come l’ex presidente sia riuscito ampiamente a conquistare il consenso nel primo giro di caucus in Iowa, scansando il suo rivale politicamente più vicino, Ron DeSantis, e costringendolo di fatto ad unirsi al suo sostegno.

Abbiamo visto come le accuse nei confronti dell’ex presidente – riguardanti l’interferenza nelle elezioni presidenziali del 2020, culminate poi nell’episodio dell’assalto al Campidoglio del gennaio 2021 - non gli abbiano impedito di unire un massiccio gruppo di elettori provenienti da gruppi molto diversi tra loro, ma che di fatto hanno trovato nella proposta offerta da Trump una propria identità politica comune e un proprio scopo per il futuro del Paese. Oltretutto, a fronte di una alternativa democratica quasi inesistente, se non quella rappresentata dall’attuale presidente. 

Lo scorso 5 marzo c’è stato poi il Super Tuesday. Una data significativa, che storicamente vede impegnati nel voto contemporaneamente 15 Stati federali. Un voto fondamentale per l’elezione dei delegati che saranno assegnati per ognuno dei candidati che ha ottenuto il numero maggiore di voti e che decreta di fatto i candidati ufficiali delle elezioni di novembre.

Quest’anno il Super Tuesday è stato un evento particolarmente esposto all’attenzione pubblica nazionale ed internazionale anche per via della decisione che era attesa dalla Corte Suprema degli Stati Uniti, la quale ha definitivamente stroncato il tentativo dello Stato del Colorado del dicembre scorso di escludere Trump dall’elenco dei candidati per le elezioni presidenziali per le accuse riguardanti gli eventi dell’assalto al Congresso del 2021. La Corte Suprema ha infatti stabilito che l’ex presidente potrà presentarsi alle elezioni del prossimo di novembre, in quanto non è permesso ad un singolo Stato di impedire la partecipazione di un candidato ad incarichi di stampo nazionale, ruolo che spetterebbe soltanto al Congresso. Una decisione epocale che di fatto ha definitivamente spianato la strada a Trump verso le presidenziali di novembre, confermando tutti i pronostici che vedevano un replicare dello scenario delle scorse elezioni, con un nuovo faccia a faccia tra Trump e Biden. Con la vittoria nel Super Tuesday, infatti, i due presidenti sono riusciti di fatto ad assicurarsi un numero di delegati sufficiente a sostenerli nelle convention dei partiti che si svolgeranno questa estate, dove poi si darà ufficialmente la nomination al candidato (per ogni partito) che si presenterà al faccia a faccia finale.

Eventi che saranno puramente formali, dato che se Biden, con le elezioni del 5 marzo ha già raggiunto i 2099 delegati su 3934 – a fronte di una soglia minima di 1968 delegati necessari per poter essere candidabile – e Trump ha già raggiunto 1228 delegati su 1215 che ne servivano, è facilmente prevedibile che arriveranno alle elezioni di novembre senza particolari intoppi.

Ma ciò che fa riflettere in questo contesto non è tanto il risultato in sé, quanto proprio il fatto che fosse tutto ampiamente prevedibile e senza sorprese. Ora, se da un lato un nuovo scontro tra Trump e Biden potrà sembrare in un certo senso auspicabile per i candidati stessi dei partiti, che dovranno fronteggiare un “nemico” già conosciuto e di conseguenza avranno anche familiarità con i movimenti del suo elettorato, dall’altro lato questa situazione non fa che confermare un pattern che gli studiosi del settore stanno già evidenziando da tempo: la progressiva polarizzazione ed estremizzazione della politica, in particolar modo di quella statunitense. Al di là della stretta applicazione delle leggi di competenza, è significativo il fatto che non siano bastate delle accuse di cospirazione contro il proprio Paese a fermare una corsa alla presidenza, in rappresentanza di una grandissima fetta di elettorato che pare ponga in secondo piano ogni questione etica e morale. È indubbio che da anni oramai in America – così come in molte altre aree nel mondo - si sia andata a creare una spaccatura sempre più profonda a livello di opinione politica pubblica.

Una spaccatura che ha trovato la sua esplosione negli eventi dell’assalto al Campidoglio e che di fatto è come se avesse creato due Americhe non più conciliabili tra loro.

Anche il fatto che ci siano due polarizzazioni così estreme tra le rappresentanze dei partiti “di destra” e “di sinistra”, ed il fatto che rappresentanze minori (e spesso più moderate) fatichino sempre di più a trovare la propria voce politica a livello pubblico, sono tutti segnali sempre più forti di una spaccatura interna sociale che, traslata su un piano politico, genera un equilibrio sempre più teso ed instabile.

A livello globale, la Freedom House (organizzazione non governativa internazionale) ha registrato nel 2023, per il diciottesimo anno di fila, un calo nelle libertà politiche e nei diritti civili nel mondo, riportando come i valori democratici siano sempre più minacciati da modelli alternativi di gestione politica, come dimostrato dall’aumento delle “autocrazie elettorali” (basti vedere le ultime elezioni in Russia) o delle democrazie illiberali.

Ora, tornando agli eventi del Campidoglio, è chiaro come quest’episodio sia un po’ l’espressione massima di questo trend. Federico Leoni, giornalista per Sky Tg24 aveva spiegato in un’intervista a Linkiesta che «[…] quel 6 gennaio ci siamo resi conto che la divisione tra due Americhe molto distanti tra loro era arrivata a un punto critico: non c’era più niente di sacro, di intoccabile, nemmeno il Campidoglio». L’America è oramai da anni un’America stanca, demograficamente in calo ed etnicamente divisa, dove l’ex gruppo dominante, “bianco protestante” si sente oramai minacciato, anche a fronte di una situazione economica non rosea, che nel corso degli anni non ha fatto che aprire la forbice delle disuguaglianze.

Ecco che allora entrano anche in gioco meccanismi sociali come le dinamiche di opinione, studiate da anni dagli esperti di scienze sociali.

Queste ci dimostrano come gli individui tendono generalmente a maturare delle opinioni in merito ad una questione (ad esempio la politica), rafforzandole o cambiandole a seconda del passare del tempo o del proprio vissuto. Ovviamente, a livello politico questo meccanismo si traduce inevitabilmente in una polarizzazione ideologica più o meno esacerbata, che spesso e volentieri fa la fortuna di personaggi abili a riunire sotto il proprio ombrello una fetta di popolazione unita semplicemente dall’estremizzazione dell’ideale del gruppo sociale a cui decide di appartenere.

Il rischio però non è solo la mancanza di opzioni e la creazione di un vuoto politico, ma soprattutto la mancanza di un vero e proprio dibattito politico costruttivo tra gruppi sociali, che poi dovrebbe essere il vero fine ultimo della politica.




 

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