Alt ai femminicidi
Aggiornamento: 7 ore fa
E’ arrivato il momento di affermare con chiarezza che il femminicidio esiste nella sua natura di delitto di genere e non può essere messo in discussione. Abbiamo vissuto settimane orribili, di dolore profondo e di raccapriccianti efferati delitti.

L’uccisione di Joanna a Colleferro dinanzi agli occhi esterrefatti del figlio di appena nove anni, la follia devastante di un uomo che getta dal cavalcavia la sua ex fidanzata e poi si suicida, le commoventi parole di un padre disperato che ha visto finire in fondo a quel burrone la vita della sua adorata, giovane figlia e della sua stessa famiglia, percossa e spezzata da un dolore indicibile, insanabile, parole che hanno fatto il giro delle reti televisive imploranti un minimo di umana, solidale consapevolezza nelle forze politiche, al di là di ogni colore e differenza; un appello accorato a mettere mano a norme più severe e stringenti, oltre che a sviluppare un’azione preventiva nelle scuole, nelle famiglie per arginare questo fenomeno crudele e distruttivo dove il senso di umanità è annullato e vilipeso per far spazio alla violenza più cieca e orripilante.
E’ su quest’ultimo punto che vorremmo concentraci. Non ci interessa qui parlare dei pur necessari rimedi di carattere penale, né del completamento della normativa civilistica degli ordini civili di protezione familiare che, sulla base della convenzione di Istanbul, soddisfano i requisiti per le ipotesi più lievi e non continuate di violenza di genere. Le innovazioni legislative su questo terreno ci sono state. Inutile negarlo. Che si possa fare di più e meglio non c’è dubbio. Per esempio, per ottenere una maggiore repressione dei reati che colpiscono le donne e per introdurre interventi di procedura penale che mirano a velocizzare il processo cercando di evitare possibili prescrizioni dei reati o facili sconti di pena.
Ci ha colpito la riflessione di una criminologa che ha sottolineato come nella violenza di genere sia l’attitudine del partner a procurare violenza che dovrebbe essere messa a fuoco, esaminata e scandagliata. Il ruolo e la personalità di chi commette il delitto o procura violenza. L’uomo che, nella sua misoginia e nella sua possessività, annulla la persona che dice di amare. Ma che in realtà considera come un essere sottomesso. Il tema non è di poco conto. Alcune religioni e filosofie sono state al centro di approfondite analisi per alcuni caratteri misogini. E’ accaduto per la cultura islamica. Ma è accaduto anche per la Chiesa cattolica. Nel 1995 papa Giovanni Paolo II in una lettera destinata “ad ogni donna” chiedeva perdono per le ingiustizie compiute verso le donne nel nome di Cristo, per la violazione dei diritti femminili e per la denigrazione storica delle donne.
Un concetto che ripeté con forza durante il Giubileo del Duemila quando, tra le sette categorie di peccati commessi nel passato dagli uomini di Chiesa e per i quali faceva pubblica ammenda, nominò anche quelli contro la dignità delle donne.
La misoginia è alimentata da stereotipi che vedono la donna come un essere inferiore all’uomo. Un essere da condizionare e sopraffare. In una parola: da annullare. Annullare nelle sue capacità professionali, nella sua autonomia economica, nella sua stessa libertà.
Il ripetersi di femminicidi sta ingenerando l’abitudine davvero deleteria di concentrare l’attenzione quasi unicamente sull’episodio criminoso in quanto tale, circoscritto e rappresentato nella sua evidente malvagità e odiosità, mentre si lascia inevasa la domanda che pure appare imprescindibile di come si possa prevenire l’atto delittuoso e violento. Il rischio è che il fenomeno assuma rilievo nella sua manifestazione ultima, quando ormai esiste una vittima e un colpevole, mentre la prevenzione rischia di offuscarsi nella marginalità.
Non vogliamo generalizzare, per carità. Sappiamo che esistono centri contro la violenza, telefoni rosa, associazioni di legali che prestano la loro opera gratuitamente per difendere donne vittime di soprusi e di violenza. Esiste una legge per combattere lo stalkeraggio ed è prevista la tutela di emergenza del Codice rosso. Gli atti persecutori previsti dall’art. 612 bis del codice penale sono puniti con la reclusione da un anno a sei anni e sei mesi per chiunque minacci o molesti un’altra persona con condotte ripetute, come pedinamenti, appostamenti, chiamate o messaggi continui, tali da generare stati d’ansia, paura e timore fondato per la propria incolumità o di una persona cara.
Nella maggior parte dei casi, 73,9 per cento, persecutore e vittima hanno avuto una relazione sentimentale. Nell’82,4 per cento dei casi gli stalker sono italiani. Il 46, 4 per cento degli stalker ha precedenti penali. In un caso su quattro la donna ritira la querela. E questo è un dato davvero paradossale, che però trova la sua motivazione nel timore che ha la donna di non poter essere sufficientemente protetta o nel sentirsi talmente sottomessa da non trovare la forza di proseguire nell’azione di denuncia. Qui entra in gioco anche la preparazione specifica di chi è chiamato ad ascoltare la denuncia e ad accogliere la querela.
La fascia d’età media di chi opera lo stalkeraggio è di 44 anni.
I dati statistici aiutano certamente a inquadrare il fenomeno nella sua corretta dimensione. Ma non sono sufficienti a rispondere alla domanda iniziale. Nella sua complessità il fenomeno presenta elementi psicologici, sociologici e culturali di rilievo.
Poi c’è l’amore tossico, quello che si fatica a intuire e che lascia dietro e dentro di sé una lunga scia di sofferenza e che, spesso, genera distruzione. L’amore vero è libertà, non dipendenza. E’ rapporto basato sulla fiducia, sul rispetto reciproco e sulla complicità, dove c’è il desiderio e non il bisogno, per dirla con Paolo Crepet.
Sapere stare con la persona che si ama senza bisogno di controllarla, senza paura di perderla, senza annullarsi per l’altro. Ogni qualvolta nella coppia affiora la tendenza ad affidare al partner tutte le decisioni si crea uno squilibrio e la relazione rischia di diventare tossica. Paolo Crepet afferma che “Amare bene non è semplice, ma costruire una relazione sana e soddisfacente è possibile e realistico.
Ci vuole impegno e la volontà di scegliersi ogni giorno, per quelli che si è, nel rispetto reciproco delle proprie individualità. E poi non deve mancare l’entusiasmo, il desiderio e l’onestà di costruire un rapporto che ci renda appagati e sicuri emotivamente”.
Nella carenza di autostima, nella subcultura della possessività e dell’annullamento dell’altra si annida il tarlo della tossicità. Un amore senza emozioni e senza rispetto non è amore, è altro. E forse in tutte queste analisi manca l’idea di un vuoto che circonda, nel quale perde senso e valore la stessa umana esistenza.
Ecco un punto sul quale bisognerebbe lavorare molto, soprattutto nelle scuole, attraverso l’educazione all’amore, all’affettività, al rispetto dell’altro, alla consapevolezza dei termini corretti, quello scrigno sicuro nel quale si racchiude la costruzione di una relazione, con le sue rinunce e i suoi sentimenti, dove il sentimento è movimento d’animo e perenne ricerca del senso di umanità, di quella umanità di cui si avverte, purtroppo, il declino.
Un terribile e sconfortante declino.
Nella mediocrità di una vita consumata senza valori di riferimento forti e saldi si esaurisce ogni afflato di umanità. Diciamola tutta: l’umanità ha perso il suo senso di umanità, coinvolta nella superficialità e scossa nei valori fondamentali per essa, come la stessa dignità umana.
In questo crescente deficit di umanità si annida la follia distruttrice dei malvagi e si fa strada il Male nella sua dimensione violenta e assassina.





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