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Ricerca del Mito

Aggiornamento: 1 ora fa

Ha provocato qualche discussione, non sempre, in verità, contenuta nei toni e nella forma, la visita da alcuni turisti alle bellezze archeologiche dell’antica città di Segni.

Aver lasciato libero sfogo a racconti mitologici e ad una narrazione non basata su ricerche archeologiche e su dati scientifici è stata, secondo alcuni, una colpa tanto grave da meritare insulti e censure.

Il carattere dell’iniziativa non aveva né ha avuto alcuno scopo scientifico, ma si inquadra nell’ambito della narrazione mitologica di cui è bene precisare i caratteri, onde evitare congetture deformanti e improvvide speculazioni. Al netto della presunzione di alcuni saccenti che si ergono a maestrini, ogni qual volta si osi toccare la loro arrogante “superiorità” culturale, come se fossero i depositari della verità, occorre ricordare che lo scorso anno si è tenuta, sempre a Segni, a Palazzo Conte, una rassegna di tre giorni dedicata al Mito: conferenze, confronti, presentazioni di libri, dibattitti.

Si è trattato di un evento molto partecipato che ha visto alternarsi relatori, studiosi e scrittori di livello. La presenza, in quella circostanza, della direttrice del Museo di Segni, è stata occasione utile per evidenziare la distinzione tra il livello dottrinario, le ricerche archeologiche sviluppatesi negli anni sul nostro territorio, da un lato, e la narrazione del Mito, dall’altra.

Per inoltrarci in questo scenario occorre non fare confusione. Ricalcando la teoria di Gian Battista Vico sulla ciclicità della storia, Umberto Galimberti, nel suo recente saggio filosofico “L’etica del viandante”, ricorda che il Mito ha uno sguardo rivolto al passato o al presente in cui il passato ritorna.

Questo spiega la vera essenza del Mito, che non è favola o leggenda, ma deposito di memoria, da cui trae origine la tradizione.

Marcello Veneziani, che a Vico ha dedicato una meravigliosa biografia, denunciandone la scomparsa dagli orizzonti della scuola e delle università italiane, perdendo quella centralità che aveva fino alla metà del secolo scorso, sottolinea l’impulso che il grande pensatore napoletano ha dato alla cultura universale annodando il presente al passato, la storia al mito, il vivere al desiderio di eternità, ai legami famigliari, patri e religiosi come fondamenti della civiltà.

Da Vico impariamo che non siamo solo passanti fugaci del nostro tempo, noi abitiamo nel passato, nel futuro, nel favoloso e nell’eterno.

Abitiamo la memoria storica, siamo eredi di mondi e civiltà, la terra d’origine da cui proveniamo, le matrici che ci hanno formato e il suolo su cui poggiamo i nostri piedi.

Noi siamo i nostri ricordi, la nostra memoria, le nostre origini.

Lo stesso autore scrive che “il mito coglie l’intelligenza del mondo”.

Il mito è simbolo, trasfigurazione e metafora. Un tempo c’erano i miti di fondazione, spesso espressi in forma poetica come l’Eneide, che addirittura anticipa la fondazione di Roma, o la Chanson de Roland: perfino l’Europa, oggi cosi ragionieristica, nasce da un mito.

Adesso siamo in un’epoca che non crede nei miti, anche se in qualche modo cerca di emularli, mistificandone il senso: il “mito” del progressismo, della tecnologia, e fra poco, dell’intelligenza artificiale.

Eppure, il mito non è espressione di un periodo passato, come novellano molti cosiddetti progressisti, non è irrazionalità ma, semmai, come dice Veneziani, “frutto di un sapere intuitivo e non calcolabile; non conduce a disastri, anzi spesso è fondante di comunità durevoli e destinate a grandezza (come Roma).

Non è neppure eliminabile, dato che è riproposto oggigiorno perfino in figure e funzioni effimere”.

Scriveva Carl Schmitt: “Nella forza atta a suscitare il mito consiste il criterio per stabilire se un popolo o un altro gruppo sociale ha una missione storica ed è giunto il suo momento storico.

Dal profondo del vero istinto vitale, non da un ragionamento o da una valutazione di opportunità, sgorgano il grande entusiasmo e il grande mito… Solo così un popolo o una classe diventa motore della storia universale.

Dove ciò manca non si può più mantenere nessun potere sociale e politico, e nessun apparato meccanico può formare un argine, se si scatena un nuovo torrente di vita storica”.

Quindi di miti si può vivere, ma anche morire, e di miti “minori” e individualistici come quelli che spesso ci offre la società contemporanea si può vegetare.

Insomma, le società umane possono perire per assenza di miti comunitari e fondanti.

Ci piace ricordare, ricorrendo agli scritti di un illustre studioso come Guido Guidorizzi che è con il Novecento che la percezione del mito assume confronti nuovi ed originali.

Le scienze umane più tipiche del ventesimo secolo, antropologia e psicoanalisi, collocando l’operare mitico ra i punti focali della loro riflessione hanno contribuito in modo decisivo a rifondare la comprensione del mito greco, e più in generale del mito, come fenomeno del pensiero e della società.

Scrive Guidorizzi: Per il Novecento, i miti sono la radice oscura e inestirpabile della civiltà, e non certo una specie di fossile dello spirito.

Nella nostra prospettiva, il mito non è una manifestazione elementare del pensiero, la sola di cui sia capace una presunta “mentalità primitiva”, e tanto meno un ingenuo tentativo d’interpretare simbolicamente i fenomeni naturali, come volevano certi studiosi dell’Ottocento: appare chiaro, invece, che il mito greco è la forma a noi più vicina di una categoria di racconti tradizionali, diffusi in ogni cultura tribale, a cui la lingua greca offre, già pronta, una definizione di riferimento con la millenaria parola mythos, che significa “parola”, ma anche “racconto”; appare chiaro, inoltre, che la sua efficacia deriva dalla capacità di attivare processi simbolici profondi della psiche umana.

E’ soprattutto l’aspetto precivile e arcaico ciò che del mito greco interessa la cultura contemporanea.

Ancora: un mito narra una storia che si immagina accaduta in un lontano passato.

Non semplicemente un passato, però: il mito, soprattutto quello divino, parla di un tempo in cui il mondo era organizzato in modo differente, e spesso descrive un evento esemplare, fondante della realtà.

E’ in quell’evento, di cui il mito narra la storia, che affonda le sue radici un’istituzione sociale che prima non esisteva e che dopo quella vicenda si è costituita una volta per sempre.

Lo stesso Giulio Guidorizzi, già docente di letteratura greca e antropologia del mondo antico presso l’Università di Torino, ricorda che i “miti di fondazione” segnano la linea di confine tra ciò che non era ancora e ciò che da allora si è costituito: perciò, queste storie non restano circoscritte nel tempo in cui avvennero, ma proiettano il loro effetto sulle generazioni future.

E il tempo del mito non è semplicemente un tempo passato, o anche molto passato, ma è un tempo di natura completamente differente da quello in cui siamo abituati a rapportarci, un “tempo delle origini”.

Mircea Eliade, storico delle religioni, antropologo, scrittore, filosofo, mitografo e saggista rumeno, pensava che il significato primario del mito fosse appunto quello di evocare l’era della creazione.

I miti presuppongono l’idea di un rinnovamento del tempo; per Eliade, che utilizzava i concetti della psicanalisi junghiana, essi hanno lo scopo di resuscitare qualcosa del potere creativo primigenio.

Il tempo delle origini è un tempo circolare, non rettilineo e irreversibile come quello della storia, poiché impone ogni volta un ritorno all’indietro.

Questo “eterno ritorno”, sempre per Eliade, è ciò di cui l’umanità ha bisogno per ritrovare periodicamente le proprie radici e ricostruire un ordine alterato.

Potremmo ancora, indagando sul mito, citare autori antichi, da Omero a Porfirio, da Ovidio a Sallustio, oppure autori più recenti come Levi-Straus per riaffermarne l’importanza e esaminarne l’essenza. Ci scusiamo con il lettore per aver, forse, abusato nelle citazioni.

Ci fermiamo qui, nella speranza di aver chiarito che le politiche culturali vanno perseguite, organizzate e implementate senza la pretesa di una esclusività o peggio di una superiorità intellettuale, ma con l’umiltà di sondare tutti i campi del sapere, senza presunzioni e pregiudizi.

Lo studio, la ricerca, la memoria, la tradizione sono fattori decisivi per accostarsi alla storia della civiltà.

Segni, con la sua storia antica, merita rispetto e attenzione.

Per dirla con Sallustio, sodale dell’imperatore Giuliano e autore del trattato Sugli dei e sul mondo, “il mondo stesso può definirsi mito, perché vi appaiono corpi e oggetti, mentre le anime e gli spiriti restano nascosti”.

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