• Federico Moffa

COLLEFERRO, PRIMATO DELLE POLVERI SOTTILI

Aggiornamento: mag 5

QUALITA' DELL'ARIA TRA VERITA' E BUGIE

I dati dell'Arpa mostrano la presenza ancora troppo elevata delle PM10

Gli ultimi dati dell’Arpa, l’Agenzia regionale per la protezione ambientale della Regione Lazio, non sono rassicuranti. Secondo le rilevazioni del 3 dicembre scorso sulle polveri sottili Colleferro e Ceccano sono le città che presentano il maggior livello di sforamento. Ossia percentuali di polveri sottili presenti nell’aria superiori alla norma. Non è la prima volta. Si tratta di fattori persistenti che rendono l’aria che respiriamo tutt’altro che salubre.

Eppure, una certa narrazione aveva fatto intendere, nel corso degli anni, che sarebbe bastato, almeno per Colleferro, bloccare gli impianti di termovalorizzazione dei rifiuti per consegnarci un ambiente pulito e un’aria respirabile.

Nei grafici che proponiamo ai lettori appare evidente come, osservando l’andamento storico della presenza delle polveri sottili nell’ambiente colleferrino (grafico 1), si riscontri un andamento tendenzialmente in diminuzione dal 2006 al 2020, in concomitanza con la progressiva chiusura di molti impianti industriali, questi sì altamente inquinanti. Insomma, se proprio vogliamo dirla tutta, non erano certamente i termovalorizzatori gli impianti più a rischio, né tantomeno quelli dall’impatto ambientale maggiormente nocivo per la salute.

Anzi, la loro chiusura, oltre a procurare un danno economico non indifferente all’intero territorio e alla stessa politica industriale di trasformazione dei rifiuti in energia, non ha inciso minimamente nel miglioramento qualitativo dell’ambiente. Almeno per quanto riguarda le polveri sottili. Se si osserva con attenzione il grafico, ci si rende conto che, con l’unica centralina di rilevamento installata in Viale America dal 2005 al 2008, gli sforamenti annuali avevano raggiunto picchi di 105 giorni rispetto ai 35 giorni annui consentiti. In quel periodo la concentrazione industriale nel comune era caratterizzata dalla presenza di una centrale elettrica ad olio combustibile a ridosso del centro urbano, dalla Caffaro, azienda chimica ben nota alle cronache per la sua alta tossicità, dall’Italcementi, dall’Avio, dalla Simmel, dall’Alstom, dalla Kss. In quel periodo entravano in funzione anche gli impianti di termovalorizzazione.

Con la chiusura della Caffaro, nel 2009, la situazione migliora sensibilmente, fino a scendere a 53 giornate di sforamento. Quando, poi, entra in funzione anche la seconda centrale di Largo Oberdan, viene chiusa la centrale elettrica ad olio combustibile, sostituita da quella a turbogas installata al IV chilometro, cessa la produzione l’azienda ferroviaria Alstom e l’Italcementi installa nuovi, moderni filtri per l’abbattimento delle polveri, le condizioni ambientali atmosferiche migliorano, gli sforamenti giornalieri su base annua diminuiscono, anche se continuano ad attestarsi su valori che oscillano dai 60 ai 41 giorni, comunque sempre al di sopra del limite consentito di 35 giorni.

Si può girare la questione come si vuole, resta il fatto che l’analisi comparata dei dati, negli ultimi quindici anni, offre uno spaccato che smentisce clamorosamente una certa narrazione portata avanti con stucchevole presunzione da alcuni movimenti pseudo-ambientalisti. Movimenti che hanno condizionato fortemente l’opinione pubblica facendo leva sul fattore paura.

Intendiamoci, la questione ambientale esisteva ed esiste, ma se fosse stata trattata sempre con accortezza e cognizione di causa avremmo potuto evitare giudizi affrettati e decisioni improvvide. Lo ripetiamo: i dati sono incontrovertibili. Con i termovalorizzatori spenti e non più attivi da cinque anni, Colleferro, al 31 dicembre scorso, ha fatto registrare 49 giorni di sforamento.

Un primato che certamente non ci rallegra. Nè migliora la situazione con i rilevamenti degli ultimi giorni dell’anno. Anzi, la curva sale prepotentemente, ricollocandoci sui livelli del 2015. Situazione ancor più allarmante se si pensa che, a causa del coronavirus, siamo stati chiusi in casa per mesi interi e ciò ha inciso, evidentemente, sulla riduzione del traffico veicolare. Eppure il Comune, anni fa, aveva cercato di spiegare in un opuscolo criticità e soluzioni sulla questione ambientale, sulla base di dati certi e certificati, per individuare le vere cause dell’inquinamento atmosferico di una città industriale che ha visto sul suo territorio alternarsi, nel corso dei decenni, industrie altamente inquinanti, come le aziende chimiche, con aziende moderne e meno impattanti.

Va ricordato che, nel tempo, sono cambiate le normative, con il varo di leggi più rigorose, sono aumentati i controlli e si è diffusa una cultura ambientale molto più sensibile.

In quel documento, l’Amministrazione comunale del tempo faceva osservare come la delicata questione della qualità del territorio, segnato appunto da una presenza di attività industriali di notevole impatto, veniva affrontata “seguendo le rigorose direttive a livello europeo”. In particolare si faceva riferimento al Decreto legislativo n.155 del 2010 (Attuazione della direttiva 2008/50/CE relativa alla qualità dell’aria-ambiente e per un’aria più pulita in Europa) che aveva istituito un quadro unitario, stabilendo che il valore del limite giornaliero delle polveri sottili (PM10) è pari a 50 nanometri e non può essere superato per più di 35 giorni l’anno. Ancora. “A Colleferro, come accade in altri comuni di pari grandezza – si poteva leggere in quell’analisi ricognitiva – le principali fonti di inquinamento dell’aria sono tre: traffico veicolare (non a caso negli anni ’90 fu modificata la viabilità nell’area urbana introducendo i sensi unici onde evitare concentrazioni di CO2 nella città), riscaldamento domestico, attività industriali. I drastici interventi attuati negli ultimi anni per abbattere la concentrazione di PM 10 stanno oggi portando i loro auspicati frutti.

Dal 2006 al 20014 si sono dimezzati i giorni di superamento soglia, avvicinandosi così di molto alla soglia stabilita dalla normativa”. I grafici che pubblichiamo lo dimostrano ampiamente. In particolare il (grafico 2) dimostra come la situazione di Colleferro sia di gran lunga la peggiore nel Lazio.

In definitiva gli interventi più drastici per limitare le polveri sottili e abbattere l’inquinamento atmosferico sono stati effettuati negli anni che vanno dal ’93 al 2015. La verità è che ogni narrazione che prescinda da dati scientifici e verificabili rischia di essere fuorviante. Noi abbiamo voluto attenerci ai dati.

Nella certezza che se un’opinione è largamente condivisa non è questa la prova che essa possa essere assolutamente esatta e valida. In Italia, purtroppo, da anni circolano opinioni in fatto di ambiente che vengono presentate come verità incrollabili e sono supportate da grandi campagne mediatiche. Opinioni che, però, alla prova dei fatti si mostrano fragili.


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