Colleferro, un mese dopo il voto, l'analisi di una sconfitta
- Federico Moffa

- 3 lug
- Tempo di lettura: 3 min
A un mese dalle urne, il dato politico di Colleferro resta scolpito nella pietra: una débâcle che non è un incidente di percorso, ma l’epilogo coerente di undici anni di assenza.

Sono passati trenta giorni dal verdetto delle amministrative e, a mente fredda, il risultato appare ancora più inesorabile.
Il centrodestra locale è rimasto schiacciato sotto il peso di una sconfitta che affonda le radici ben oltre l’ultima campagna elettorale. Quando il divario si attesta su percentuali bulgare - il 71% di questa tornata, in linea con il 75% di sei anni fa - non si può più parlare di sfortuna. Si deve parlare di un fallimento strategico, strutturale e comunicativo.
Dopo undici anni di amministrazione di centrosinistra e l’impossibilità, per il sindaco uscente, di concorrere per un terzo mandato, le stelle sembravano allineate. Era il momento del ricambio, l'occasione d'oro per presentare un'alternativa solida. Invece, il centrodestra si è presentato diviso, frammentato da personalismi e arroccato su figure che hanno trasmesso stanchezza, incapaci di intercettare il bisogno di freschezza della città.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: una maggioranza schiacciante per gli avversari e, per la coalizione moderata, un nuovo, lungo esilio tra i banchi della minoranza, segnato da una sostanziale irrilevanza politica. Perché, nonostante vent’anni di buona eredità amministrativa del passato, la memoria storica è andata perduta? La risposta è semplice, il centrodestra ha smesso di parlare con la città. Per troppo tempo, la politica si è consumata dentro le mura di Palazzo Comunale, lasciando che la narrazione della città venisse scritta da altri.
Mentre il territorio chiedeva confronto, il centrodestra subiva diktat calati dall'alto, di Palazzo Madama, dimostrando di non sentire le istanze locali. La chiusura verso le associazioni, il mancato dialogo con chi vive quotidianamente il tessuto sociale e l'assenza di progetti concreti hanno trasformato la coalizione in un corpo estraneo rispetto ai cittadini.

Se il centrodestra vuole uscire dal vicolo cieco in cui si è cacciato, deve cambiare radicalmente metodo.
Non servono più proclami elettorali dell'ultima ora, ma una presenza costante.
La ripartenza deve avvenire dal basso, con un metodo nuovo, attraverso incontri sistematici con le associazioni di zona, non per chiedere voti, ma per elaborare progetti concreti.
Bisogna tornare a spiegare, ascoltare e soprattutto dimostrare cosa si potrebbe fare di più e meglio.
È necessario uscire dal palazzo.
I consiglieri di minoranza dovrebbero istituire un “resoconto trimestrale” pubblico. Non basta votare in aula, bisogna spiegare ai cittadini le mozioni presentate, le battaglie intraprese e le iniziative proposte.
La politica è cultura e socialità. L'organizzazione di eventi che animino la città, assenti o dimenticati negli ultimi undici anni, sarebbe il segnale tangibile di una coalizione che vuole tornare a vivere tra la gente, per la gente.
La verità è amara, ma necessaria, finché le figure che hanno guidato il centrodestra colleferrino in questo decennio di fallimenti non avranno il coraggio di farsi da parte, lasciando spazio a facce nuove, la rinascita rimarrà un miraggio.
Colleferro cerca un progetto che sappia guardare al futuro con pragmatismo.
La sconfitta al 71% è l’ultimo avvertimento di un elettorato che ha punito, prima di tutto, l’assenza di un legame reale tra chi siede in Consiglio e chi vive la città.
Il tempo dei personalismi è scaduto.
Se il centrodestra vuole tornare a governare, deve ricominciare a imparare cos’è la politica sul territorio.
Il centrodestra di Colleferro ha davanti a sé una scelta chiara: continuare a vivere di rendita su un passato lontano o scendere finalmente in strada per costruire, passo dopo passo, il proprio futuro. Perché la politica non si vince con i simboli calati dall'alto, ma guadagnandosela, ogni giorno, con la polvere delle piazze sotto le scarpe.




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