• Roberto Felici

Il recupero della aree industriali

Aggiornamento: mag 16

Anni fa si aprì il dialogo con l'industria per valorizzare i terreni della ex Bpd. Un sogno ancora aperto.

La riqualificazione della ex Michelin di Trento un esempio da seguire.

Il sogno mio più grande, professionale e anche da cittadino di Colleferro, è stato ed è il recupero dell’area industriale dismessa della ex Bpd.

Sono trascorsi quasi venticinque anni da quando con il sindaco Moffa si aprì il dialogo tra la città civile e la città industriale. Un dialogo e un confronto che sono andati avanti con grande intensità, a volte con fasi alterne, ma che non si è mai concluso per svariate ragioni.

Così, ancor oggi il recupero di quell’area, di valore enorme e di portata straordinaria, non solo per la sua storia, per le porzioni di archeologia industriale che contiene e per la presenza di un esteso polmone verde al suo interno, ma anche per il ruolo di cerniera e di sviluppo che potrebbe offrire al territorio, è rimasta un sogno.

Dopo aver visitato e studiato vari interventi di recupero in altre città italiane ed europee, uno di quelli più affascinanti e riusciti mi è parso, senza dubbio, quello della ex Michelin a Trento. Basta osservarne le linee, le forme, i contenuti progettuali, le fattezze architettoniche, l’ingegnoso riempimento dei vuoti e il gioco degli spazi per capire come la riqualificazione dell’area della ex Michelin possa assurgere a modello di una straordinaria opera di recupero.

Il recupero urbano è uno dei grandi temi contemporanei, dove è facile giocare senza rischiare nulla. Sposare l’immagine storica della città con lo sguardo rivolto indietro. Uno sguardo statico, immobile, non privo certamente di una sua attrazione. Ma, ammettiamolo, è uno sguardo passivo. Non sono occhi che guardano al futuro.

Lo sguardo ottimista sul futuro ci impone di costruire il Nuovo sulle rimanenze di un passato che va ricordato, ma non può diventare la determinante di ogni nostro gesto. Altrimenti si vive nella città-mummia.

Se questo è tollerabile nelle città-museo, dove la presenza dei grandi monumenti impone politiche di totale conservazione, non lo è nei contesti caratterizzati dalla presenza della cosiddetta archeologia industriale.

Troppo spesso la tutela ambientale costringe a conservare veri e propri relitti di un passato che dovremmo avere il coraggio di relegare nell’album fotografico di un territorio.

Dovremmo, invece, recuperare anche il senso e il valore della demolizione, come atto di giustizia verso le architetture utilitaristiche che, nel tempo e per vari processi di cambiamento, hanno perso la loro originaria funzione.

Dovremmo, insomma, favorire la nascita del Nuovo. Sospinti – ecco il punto di partenza fondamentale – da uno sguardo sereno, gioioso, e da una mente sognante e luminosa.

Non c’è alcuna sudditanza verso il passato, ma soltanto la forte convinzione che si possa trasformare il volto delle città, proprio facendo leva su quelle preesistenze da riqualificare, rigenerare, tornare a rendere splendenti e fruibili.

In questo modo il processo di riqualificazione diventa davvero “aggiunta di qualità “, senza inutili manierismi e sterili citazioni, ma con la serena, consapevole partecipazione alla costruzione di Futuro. Con i materiali tecnologici, le tecniche e le tecnologie contemporanee si possono realizzare interventi straordinari. Con tocchi leggeri. Con trasparenza. Con genialità e fantasia.

Una città non statica, ma dinamica, dunque. Recuperare vuol dire rimettere in gioco quel che già esiste, offrire un’anima nuova alla città, una rinnovata Identità. Significa portarla ancora sulla scena di un pianeta vitale, fuori dall’armadio e dalla naftalina. Per renderla viva e di nuovo protagonista.




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