• Marco Caridi

Il riscaldamento globale

Il nostro pianeta è malato e ci chiede aiuto. Dal #protocollodiKyoto agli #accordidiParigi

Una vecchia canzone per bambini, che ancora oggi è nella hit delle più ascoltate e scaricate, recita: “per fare un albero ci vuole un fiore……”. Mai parole più profetiche ed educative, considerando gli anni in cui è stata scritta.

Oggi avrebbe senso aggiungere la strofa: “per far la Terra ci vuole un albero…”. E già, proprio così, il nostro pianeta è malato e ci chiede aiuto, il riscaldamento globale è il nome che si dà a questa malattia e consiste nell’aumento delle sua temperatura.

Una sorta di febbre da surriscaldamento globale.

Ma quali sono le ragioni per cui questo processo sta avvenendo e quali le conseguenze?

Alla base di tutto c’è la quantità di anidride carbonica, spesso denominata con la sua formula chimica CO2, in circolazione nell’aria.

La presenza di forti quantità di CO2 insieme ad altri tipi di gas, crea una sorta di “mantello” al pianeta che non gli consente di raffreddarsi, pertanto i raggi del sole entrano, ci riscaldano ma non riescono più ad uscire.

Questo processo distruttivo si chiama “#effettoserra” a ricordare le tecniche agrarie con cui si proteggono le piantagioni.

Tutto è iniziato sin dai tempi della rivoluzione industriale quando l’uomo ha iniziato a bruciare carboni fossili per produrre energia. Gli effetti della combustione sono proprio quelli di generare tra le altre cose anche CO2.

Da allora ad oggi la temperatura del pianeta è andata crescendo sempre più, di pari passo con l’evoluzione tecnologica e l’industrializzazione e non si è mai arrestata.

Più in generale ogni processo produttivo non solo industriale ma anche domestico ha il suo impatto ambientale misurabile proprio con la quantità di CO2 che rilascia: automobili, caldaie domestiche, fino ad arrivare ai nostri smart phone ed alla digitalizzazione!

Si pensi che si prevede che il comparto tecnologico digitale e la tanto proclamata digitalizzazione nel 2040 raggiungeranno oltre il 14% del contributo globale alla emissione di gas serra. Le conseguenze un giorno potrebbero divenire catastrofiche e sono ben rappresentate in diverse pellicole cinematografiche, basti pensare allo scioglimento dei ghiacciai; precipitazioni e siccità; rischio di desertificazione; eventi meteorologici estremi come alluvioni e tempeste; periodi di caldo o freddo eccessivo. I cambiamenti climatici metterebbero a dura prova gli ecosistemi naturali quali foreste, deserti, sistemi montani, laghi, oceani e via dicendo.

Animali ed habitat potrebbero non riuscire a reagire tanto velocemente e saranno destinati all’estinzione.

Anche la salute umana potrebbe subire gravi conseguenze, come ad esempio la diffusione di malattie infettive (malaria, tenia, febbre gialla, ecc.) e l’aumento dei decessi a causa di ondate di calore o freddo estremo.

Dobbiamo correre ai ripari prima che si arrivi a un punto di non ritorno!

Ma quali sono i rimedi per evitare tutto ciò?

Da un lato la prevenzione, ovvero cercare di essere eco sostenibili nel nostro vivere quotidiano prestando attenzione che l’energia che consumiamo provenga da fonti rinnovabili, dall’altro essere pro attivi nella forestazione.

Proprio così, come citato precedentemente, la risposta alla domanda posta è: “ci vuole un albero”!

Un’essenza arborea di medie dimensioni che ha raggiunto la propria maturità e che vegeta in un clima temperato in un contesto cittadino, quindi stressante, assorbe in media circa 10 Kg di CO2 all’anno.

Un viaggio aereo Roma - Londra contribuisce per circa 500 kg di anidride carbonica rilasciata in troposfera che un albero riassorbirebbe in 50 anni!

Un modo di dire comune recita: “non tutti i mali vengono per nuocere”.

Infatti in contrapposizione a quanto detto sin’ora, anche a bilanciare un giudizio solo apparentemente scontato, una videoconferenza di cinque ore produce circa 215 Kg di CO2 che è solo il 7% rispetto a quanto i partecipanti avrebbero generato se avessero organizzato la riunione in presenza. Lo smart working introdotto con la pandemia sta riducendo drasticamente l’impatto ambientale di ogni singolo impiegato basti pensare a quanto carburante si risparmia.

Questi sono solo un paio di esempi di beneficio all’impatto ecologico determinati proprio dalla digitalizzazione.

Persino la tanto proclamata Intelligenza Artificiale, che tanta potenza di calcolo richiede e conseguentemente tanta CO2 rilascia, si sta orientando verso una #GreenAI dando valore al risparmio energetico misurato per costruire modelli.

Presto tutto il comparto dei trasporti, incluse le nostre automobili, sarà dotato di assistenti virtuali che sosterranno una eco guida; in casa avremo sempre un supporto tecnologico per ottimizzare i consumi.

Insomma, è evidente la relazione tra quanto si spende, quanto si consuma e l’impatto ambientale di ogni processo.

Per avere un minimo impatto ambientale bisogna risparmiare usando meno energia possibile ed evitare il superfluo e far sì che quella usata provenga da fonti rinnovabili.

Per questo motivo sono stati ideati i crediti di carbonio, un sistema che consente ad aziende ed Istituzioni, si spera presto estendibili anche ai privati, di compensare le emissioni di anidride carbonica, promuovendo progetti zero carbon in tutto il mondo, con l’obiettivo di raggiungere la carbon-neutrality. Introdotti con il Protocollo di Kyoto del 2005, poi confermati dagli Accordi di Parigi nel 2015, i progetti promossi tramite i crediti di carbonio sono incentrati su una serie di obiettivi globali condivisi, atti ad incentivare progettualità ecologiche.

In conclusione sono davvero tanti gli elementi di ottimizzazione che proprio le infrastrutture e le tecnologie informatiche, alla base della digitalizzazione, ci consentono di adottare, rendendo molto più efficiente il progresso tecnologico, che in congiunzione con la nostra accortezza, siamo certi, faranno la differenza.

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