• Silvano Moffa

Ora l'Italia si affida a Giorgia Meloni

All’indomani delle elezioni che hanno visto il trionfo di Giorgia Meloni e la vittoria del centro destra in quasi tutta la Penisola, segnando un evento di portata storica, colpisce quel che ha scritto Marcello Sorgi su “La Stampa”: “Come sarebbe stato bello se Letta, presentandosi a commentare la sconfitta [del Pd] in conferenza stampa, avesse esordito dicendo che quella della Meloni è stata una vittoria democratica”.

Quando è il popolo a pronunciarsi, cui la scelta di decidere da chi essere governato non gli viene sottratta dalle alchimie della politica e dalla tecnocrazia, espressione spesso dei poteri finanziari e delle consorterie di Bruxelles, si afferma un valore democratico che nessuno può mettere in discussione e appannare.

E’ la regola fondamentale su cui si basa la stessa convivenza civile.

Ed è anche, bisogna dirlo con chiarezza una volta per tutte, l’unico modo che abbiamo, per ancorare le nostre istituzioni e lo stesso senso dello Stato a principi saldi, per certi versi metapolitici e imprescindibili.

Continuiamo ad essere critici nei confronti di un sistema elettorale che non lascia spazio all’elettore nella scelta dei candidati da mandare in Parlamento.

Come pure, continuiamo a registrare il malessere profondo di cui soffriamo per l’assenza di una politica di qualità, di una politica priva di “senso”, in difetto di cultura, refrattaria ad un ruolo di orientamento e costruzione del consenso; una politica che non si lasci trasportare da quel che, semplificando, chiamiamo la “pancia della gente”, ossia quel coagulo di umori della cui volatilità hanno fatto le spese molti leader e che connota quel tratto di populismo sulla cui interpretazione si sono spese paginate di inchiostro.

Né, d’altro canto, può sfuggire la portata, altrettanto storica, di un astensionismo che ha toccato punte record, soprattutto nel Mezzogiorno, andando molto vicino al 40 % dell’elettorato.

L’astensionismo è ormai il primo partito.

Un dato che deve far riflettere. Sappiamo che nel rifiuto del voto incidono molte cause: delusione, frustrazione, rassegnazione, ma anche ribellismo, anarchismo.

Tutte cause che andrebbero sondate, analizzate, messe a fuoco dalle forze politiche se non si vuole continuare a lasciare una fetta consistente del Paese fuori da ogni forma di partecipazione alla vita politica.

E’ evidente che il crollo delle ideologie, la crisi dei partiti, la delegittimazione della politica, la delocalizzazione del Potere verso luoghi ad essa estranei (dalla economia alla finanza alla giustizia) ma fortemente interconnessi, influenti e condizionanti, ha mutato gerarchie e valori.

Se la Politica, nella sua accezione alta e nobile, non recupera terreno, non riconquista centralità e campo di azione, le cose andranno sempre peggio.

E’ ovvio che tra il dire e il fare c’ è di mezzo il mare.

Ma qualcuno quel mare dovrà pure cominciarlo a navigare.

La tesi assolutoria che giustifica l’ampliamento dell’astensionismo sulle orme di altri Paesi come gli Usa, la Francia, l’Inghilterra non può accontentare. L’Italia è diversa.

Ha un’altra storia alle spalle. Da noi la democrazia, come l’Unità nazionale, ha seguito diverse e più complesse traiettorie. Non bisognerebbe mai dimenticarlo.

Tutto questo, però, non può far ombra ad un successo netto e cristallino come quello conquistato da Giorgia Meloni. Per la Destra un evento storico. Dal dopoguerra, è la prima volta che la Destra approda a Palazzo Chigi. Un traguardo che raggiunge senza essere al traino degli alleati, con i quali ha costruito una, speriamo, salda alleanza. Di più: arriva al governo con una donna tenace e combattiva. Ed anche questo è un primato non indifferente.

Sulle ali di un consenso che ha attraversato strati sociali differenti, antiche classi scompaginate dalla crisi economica, dal ribaltamento dei rapporti nel mondo produttivo, dai cambiamenti indotti dalla tecnologia, dall’intelligenza artificiale, dalle nuove vie della comunicazione e dell’informazione, da inedite forme del lavoro. In un contesto reso aspro dalla gestione della crisi pandemica e da un conflitto nel cuore dell’Europa che, oltre a procurare morti e distruzioni, sta mettendo in ginocchio l’economia italiana ed europea, costringendoci, dopo tanto tempo, a restrizioni fino a poco tempo fa inimmaginabili oltre che, probabilmente, alla rinuncia di modelli di vita e di consumo che, illudendoci, credevamo definitivamente acquisiti. Sono eventi che hanno allargato l’area del disagio, della povertà e accresciuto le diseguaglianze. Per non parlare della difesa e salvaguardia della Terra, del nostro habitat naturale, su cui continua a richiamare l’attenzione Papa Francesco, mentre irrompono non poche mobilitazioni giovanili.

La sfida è gigantesca ed entusiasmante al tempo stesso. Dovrà, Giorgia Meloni, misurarsi su un terreno impervio e zeppo di insidie. Ma se saprà utilizzare il vento che soffia a suo favore, potranno dispiegarsi le vele per affrontare i più ardui marosi e portare l’Italia in acque più tranquille.

Per riuscire, a nostro avviso, sarà utile scrollarsi di dosso quella sorta di condizionamento psicologico, provocato da una falsa, petulante e strumentale narrazione secondo cui la legittimazione a governare deriva da ambienti che spesso considerano le elezioni (e, quindi, la democrazia) un fattore poco significante a quei fini.

Anzi, per certi versi, un fattore persino ingombrante e fastidioso. Insomma, non è il popolo che legittimerebbe a governare, ma per far parte del “club dei legittimati” sei chiamato, se sei di destra, a sottoporti a un perenne esame del sangue. Ti devi snaturare, devi cambiar pelle e anima.

Ovviamente, questo non è possibile. Essere sé stessi e conservare la propria natura non impedisce di aggiornare le proprie idee. Tutt’altro.

Definirsi “Conservatore” significa osservare il presente e saper costruire il futuro senza rinnegare la Tradizione. In uno dei più bei saggi contenuti ne Il bosco sacro, T.S. Eliot sostiene che la vera originalità è possibile solo all’interno di una tradizione e che ogni tradizione deve essere ri-costruita dall’artista mentre crea qualcosa di nuovo.

La tradizione è qualcosa che vive e si invera nelle opere che si aggiungono ad essa. Citando il poeta inglese T.S.Eliot, il più moderno esegeta del pensiero conservatore, Roger Scruton, ricorda che è proprio nelle condizioni moderne – di frammentazione, eresia e scetticismo -che il progetto conservatore acquista il suo senso.

“Il conservatorismo è esso stesso un modernismo. E qui sta il segreto del suo successo…La risposta conservatrice alla modernità sta nell’abbracciarla, ma in modo critico, con la piena consapevolezza che le conquiste umane sono rare e incerte, che noi non abbiamo un diritto concessoci da Dio di distruggere la nostra eredità, ma dobbiamo sempre pazientemente sottometterci alla voce dell’ordine e dare un esempio di vita rispettosa e bene ordinata”.

Se questo è il fulcro della filosofia sociale e politica, su cui la Meloni appoggia il suo pensiero e ispira il suo comportamento responsabile – e noi non abbiamo motivo di dubitare - ci sono tutte le premesse, nonostante le insidie e le difficoltà, per superare la prova che l’attende.

Permettetemi, infine, cari lettori, una piccola digressione personale.

Conosco Giorgia fin da quando, giovinetta, entrò nel Consiglio Provinciale di Roma.

Eravamo agli albori del Terzo Millennio. Per la prima volta la Destra governava Palazzo Valentini. Ebbi l’onore e l’onere di guidare la Provincia di Roma, in quegli anni, quando ancora la Provincia aveva poteri e funzioni rilevanti. L’Ente, prima delle dannose riforme intervenute successivamente, aveva ruolo e ragion d’essere. Da quella Giunta e da quel Consiglio sono venuti fuori parlamentari, ministri, sottosegretari. Fu un’esperienza esaltante e formativa.

Giorgia respirò quel clima innovativo, progettuale, ambizioso, originale nella stessa sperimentazione amministrativa.

Fece un’esperienza importante che, sono certo, le è tornata utile negli impegni successi: da Vicepresidente della Camera, Ministro della Gioventù, leader di Fratelli d’Italia e presidente del gruppo dei Conservatori europei.

Una carriera brillante, in ascesa, la sua. Un percorso di crescita e di costante maturazione che l’ha accompagnata negli anni. Un percorso scandito da una solida virtù civica, da una forte abnegazione e dedizione allo studio e al lavoro, da una innata sensibilità sociale e da una non comune perspicacia politica. La sua figura, insomma, non ha nulla a che vedere con il gioco delle improvvisazioni.

Nella attuale aridità della politica, non è poca cosa.


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