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Segni di rinascita

13 ore fa
Tempo di lettura: 6 min

Nelle torride notti di questa estate infuocata, passeggiare nelle strade della Segni antica dona certamente sollievo al corpo, accarezzati dal ventilatore naturale che madre natura ci offre, quel soffio di vento leggero che solo la collina sa offrire.

In verità, a me personalmente, queste passeggiate in notturna lungo le strade dove ho trascorso infanzia e adolescenza, cui presto dovremo rinunciare con le prime piogge di fine estate, stanno regalando momenti di gioiosa serenità, ridestando ad ogni angolo i ricordi del passato, che torna ad essere presente.

Lo spirito ne beneficia, il campanilismo si irrobustisce, l’orgoglio di essere e sentirsi parte di una realtà storica dalle radici plurimillenarie, riaccende il sacro fuoco della segninità, che soltanto noi paesani ben sappiamo riconoscere, perché arde nel nostro corpo fin dalla nascita.

Ai più risultiamo saccenti ed indigesti, presuntuosi oltre ogni limite, talvolta narcisi, per non dire spocchiosi, esagerati nel narrare il passato glorioso della nostra città, che amiamo esaltare in assoluto, neanche fosse il centro del mondo conosciuto.

E’ che per molti di noi Segni è davvero il centro dell’universo, amiamo rappresentarne l’originalità storica, la specificità architettonica millenaria della sua cinta muraria e delle sue porte, la sua centralità nell’ambito della civiltà lepina, la sua preminente incidenza nella storia della Chiesa Cristiana, il ruolo centrale che ebbe durante la guerra civile romana, con l’epilogo finale della battaglia di Sacriporto, consumatasi presso il proprio territorio nell’anno 82 A.C. e che vide lo scontro tra gli eserciti del generale Cornelio Silla e del console Caio Mario il giovane, di cui Segni era sostenitrice.

Caio Mario perse quella guerra e trovò la morte in battaglia, cercando di rifugiarsi nella vicina Palestrina, che con Segni era sua alleata. Gli storici stimano che nella contesa si fronteggiarono circa 80.000 uomini in armi, Mario il giovane che ebbe la peggio, vide perire più di 20.000 soldati posti al suo comando, come a dire l’intera popolazione della odierna Colleferro.

Segni, allora Signia, subì le conseguenze della battaglia combattuta e persa sul proprio territorio, avendo appoggiato e contribuito ad armeggiare lo schieramento dello sconfitto Caio Mario.

La città scampò alla distruzione cittadina, che pure avrebbe potuto e dovuto subire, come era prassi a quei tempi, ma perse lo status di città libera alleata di Roma, di cui divenne da quel momento in poi colonia, la prima colonia della nuova Roma che si apprestava a diventare imperiale, come recita la sua araldica ufficiale: "Signia Civitas prima romanorum colonia" (Segni Città, prima colonia dei Romani).

Una breve digressione storica che ci aiuta a comprendere il dinamismo della Segni città libera alleata della Roma repubblicana di allora, ancora una città stato, che dalla battaglia di Sacriporto in poi si trasformò gradualmente in dittatura e quindi in impero, raggiungendo il suo culmine massimo solo alcuni decenni dopo (nel 44 a.C.), con l’avvento al potere di Caio Giulio Cesare, che come sappiamo morì assassinato soltanto alcuni mesi dopo aver assunto la carica di dittatore a vita.

In chiave puramente storica quindi, Signia-Segni e la sua contrada Sacriporto, assumono un ruolo preminente rispetto ai destini e alla gloria futura di Roma, che cambiarono radicalmente proprio a partire dagli esiti di quella battaglia cruenta.

Se a vincere la contesa fosse stato Caio Mario il giovane (capo dei Populares) e non il generale Lucio Cornelio Silla (capo degli Optimates e già nemico acerrimo dell’altro grande generale Caio Mario il vecchio, padre dello sconfitto Caio Mario il giovane) la storia di Roma Caput Mundi avrebbe anche potuto essere diversa da quella che poi nei fatti è stata.

In tutta onestà, alla luce di questa ricostruzione storica, accertata da fonti indiscusse ed indiscutibili, lo dico francamente e con il massimo pudore, provo anche un qualche imbarazzo quando leggo narrazioni di segno contrario, quando mi si accusa di piegare la storia al fine di ampliare arditamente il ruolo e i trascorsi della Segni antica, quando invece chi mi contesta ignora o confonde perfino i ruoli e il vissuto di due figure preminenti della storia di quegli anni:

  • Caio Mario il vecchio nato ad Arpino, generale e politico della Repubblica romana, vissuto tra il 157 a.C. e l’86 a.C., che passò alla storia come il terzo fondatore di Roma, l'uomo che salvò lo Stato dalle invasioni barbariche e che trasformò radicalmente l'esercito romano, strutturando le legioni armate per come le abbiamo poi conosciute.

  • Caio Mario il giovane, figlio di Caio Mario il vecchio, che divenne Console a soli 26 anni, nonostante la legge romana ne imponesse almeno 43 per assumere quella carica, morto appunto nella citatissima battaglia di Sacriporto l’82 a.C, quando suo padre era già perito a sua volta da quattro anni circa.


Con queste citazioni, ormai ampiamente consolidate, chiudo l’argomento definitivamente, ripromettendomi a non tornarci mai più sopra in futuro, a meno di non decidere un giorno di impegnarmi a fondo in uno studio di ricerca, finalizzato a recuperare quante più fonti possibili sugli argomenti trattati, magari riscrivendo una versione aggiornata della plurimillenaria storia della mia città, Segni.

Certo quelli erano tempi molto diversi rispetto a quelli del nostro vissuto odierno. Per primeggiare e costruire un presente migliore ai propri contemporanei, occorreva essere capaci oltre che audaci, bisognava elevarsi al cospetto degli altri conquistandone la fiducia, dimostrando loro di possedere le chiavi per accedere alla porta del benessere quotidiano.

Oggi le liturgie del potere sono anche altre, la purezza, l’ardimento e la passione con le quali si perseguono gli obiettivi di crescita per la propria città, contrastano spesso con la legislazione macchinosa e la burocrazia asfissiante, che finiscono con il piegare alla resa ogni volontà.

Ad ogni idea, ad ogni proposizione costruttiva, laddove non bastassero le opposizioni legittime di chi nel caso sostiene tesi contrarie, ecco insorgere il diniego normativo, il parere contrario vincolativo delle numerose Istituzioni conservative che aleggiano nel nostro sistema di governo e gestione territoriale.

Organi sì preposti a preservare un bene comune, spesso di pregio storico ed architettonico, dalle aggressioni sconsiderate di chi dovesse malauguratamente disconoscerne per assurdo il valore, ma sistematicamente orientati per definizione ad opporre dinieghi a prescindere, quando invece l’interesse pubblico preminente, di cui dovrebbero essere portatori sani, dovrebbe indurli ad assumere posizioni diverse, maggiormente accondiscendenti, magari proponendo ed apportando modifiche strutturali alle opere che si intendono realizzare.

Così ti ritrovi a non poter costruire una strada o un’opera qualsiasi di interesse collettivo a ridosso di un importante sito archeologico di interesse globale, ma sei costretto paradossalmente ad assistere, tuo malgrado, al crollo di quello stesso sito archeologico che l’opposizione all’opera intendeva difendere.

Amministrare una città nei tempi che viviamo é diventato molto, molto complicato, se antica come Segni ancora di più.

Quando un’opera viene quindi compiuta, plaudiamo a chi l’ha resa possibile, senza incanalarci in polemiche strumentali, magari aizzate ad arte da chi vuole trarne a basso costo un qualche beneficio futuro.

Se una Amministrazione comunale, da chiunque guidata, apre un parcheggio nel centro storico cittadino, superando ostacoli, che per il mio vissuto e la mia esperienza lavorativa, so bene essere aspri e talvolta perfino insormontabili, io gioisco e plaudo senza riserve.

Non insceno una contrapposizione artificiosa su argomenti onestamente leggeri, come possono esserlo quelli legati agli eventuali costi da sostenere per la sosta, perché i benefici sono di gran lunga superiori.

Ho letto ed ascoltato molti commenti a tale proposito, a tutti dico che i parcheggi pubblici si pagano ovunque, ivi compresa la stazione ferroviaria, frequentata da gente che va a lavorare, quindi a svolgere un servizio, spesso di utilità collettiva.

Si può discutere sui costi tariffari, per renderli il più possibile misurati e non speculativi, ma non nel merito della sosta a pagamento, perché ovunque il servizio ha un costo e il privilegio di esenzione elettiva, sia in termini di tempo che di luogo, crea disparità, risulta iniquo e ingiustificato nei confronti delle tante altre realtà che a quel servizio possono accedere solo pagando.

Se le mura poligonali tornano ad essere illuminate, ricordandoci peraltro che a spegnerle è stata la mano insulsa dei soliti inqualificabili sabotatori seriali, che andrebbero chiamati a pagare sostenendo in toto i costi di ripristino, io ringrazio e plaudo senza riserve a chi vi ha provveduto, perché mi ha consentito di tornare a godere della piacevole passeggiata notturna a ridosso delle mura, che al buio non avrei potuto compiere.

Questo genere di intervento è fondamentale per combattere il degrado monumentale, per rianimare la città ed aprirla di nuovo ai flussi della accoglienza turistica, che per noi oggi è il solo valore aggiunto in grado di produrre ricchezza, senza il quale ci rimangono soltanto le odiatissime tasse.

E’ evidente che ognuno è legittimato a coltivare un proprio pensiero e di sicuro io non intendo approfittare dello spazio che mi viene concesso su questo giornale per patrocinare le mie tesi.

Osservo, espongo fatti che la mia sensibilità e la mia segninità mi spingono a trattare, ma sempre nell’interesse generale, mai di parte.

La tribuna politica è altro, quella ha tempi e modi scanditi dalle turnazioni elettorali, a tempo debito ognuno propugnerà la propria ricetta salvifica e gli elettori giudicheranno a riguardo, promuovendo gli uni e bocciando gli altri.

Oggi da segnino sono animato da uno spirito diverso, costruttivo, plaudo e rendo merito a chi amministra la città, perché anche una sola lampadina accesa, un campanile illuminato (a proposito, quello di Santo Stefano è di nuovo spento) per me è un successo e un viatico per crescere.

Con Segni nel cuore, sempre.

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