Segni e Colleferro, vecchi primati e futuro da definire
- Paolo Ludovici
- 2 giorni fa
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Mai come in questa tornata elettorale amministrativa locale, il disallineamento assoluto tra il “vorrei che fosse” e “il reale che sarà”, mi è parso tanto evidente e straordinariamente evidente.

Colleferro si è conquistata nel corso degli ultimi cinquanta anni la condizione oggettiva di realtà baricentrica d’area e volano economico di sviluppo per tutto il nostro territorio.
Scomodando i classici della sociologia urbana, potremmo dire che Colleferro ha compiuto ad un tempo il miracolo di uno sviluppo accelerato di crescita demografica ed economica, peraltro concentrato in pochi anni di storia, visto che il Comune è sorto ufficialmente soltanto nel 1935.
Nessuno si offenda se dico che tale rappresentazione di crescita strutturale, rischia di dissolversi in un tempo ancora più breve di quello che è occorso per implementarla durante gli anni floridi del secolo scorso.
Quel primato, una volta indiscusso nei nostri ricordi, è sceso fortemente di livello nel corso degli ultimi decenni, aggredito dal dinamismo e dalla intraprendenza delle altre realtà viciniori, certamente agevolate da una potenzialità strutturale di ambiti e spazi, che a Colleferro è certamente mancata.
Commercialmente la città è fortemente regredita, il polo di vendita dei beni di consumo al dettaglio, sappiamo bene che oggi risiede altrove.
L’industria, un tempo vanto della operosa città di fondazione, è arretrata più che altrove e con essa è letteralmente crollato l’indotto della manifattura artigianale, che era il vero fulcro della ricchezza locale, linfa di una piccola media impresa significativamente sviluppata.
Per alcuni versi è stato anche naturale che ciò accadesse, la crisi industriale e la globalizzazione dei mercati hanno inferto un colpo mortale alla economia nazionale, comprimendo, oltre ogni nefasta previsione, la capacità manifatturiera del Paese.
Colleferro, invero, ha avuto poche armi a disposizione per tentare di arginare la decrescita economica che l’ha investita, e quelle poche di cui pure avrebbe potuto disporre, ritengo che le abbia gestite malissimo.
Il territorio cittadino è misuratamente circoscritto, del resto non poteva essere altrimenti per una istituenda realtà urbana di metà novecento, che andava ad insediarsi in un territorio storicamente legato e caratterizzato nei millenni da altre realtà confinanti, con una storia segnatamente importante a tutti i livelli, che andava ben oltre a ritroso della stagione feudale e della nascita dei Comuni medioevali e delle Signorie locali.
Parlo di Segni ovviamente, della mia città, che di Colleferro è progenitrice e principale dante causa, ma non solo.
Ebbene Colleferro, questo il suo principale fallimento politico-organizzativo a mio avviso, non ha saputo drenare a proprio vantaggio il lascito ereditario della centralità Pubblica ed Amministrativa, che Segni, sua madre, aveva coltivato a supporto dell’intero territorio per lunghi decenni.
Come altrimenti leggere la pur naturale e prevedibile migrazione verso Velletri del Catasto erariale, dell’Ufficio del registro, della sede Giudiziaria pretorile, del Seminario vescovile, della sede Diocesana, ecc. ecc?
Colleferro non ha saputo, forse voluto, o più propriamente potuto, acquisire nessuna di queste istituzioni, assumendosi in quota parte la responsabilità di un arretramento e deriva amministrativa che tutto il territorio ha dovuto subire, perché, è bene ribadirlo, gli Uffici Pubblici non sono proprietà della città che li ospita, appartengono all’intero ambito urbanistico e demografico che li utilizza.
Abbiamo mantenuto l’Ospedale, è vero, sottolineando però che la struttura è stata donata al territorio dalla mano sapiente di una imprenditoria illuminata del secolo scorso, cui Colleferro, Segni e gli altri paesi dell’area devono peraltro tutto. La nascita il primo e la sopravvivenza a livelli di benessere accentuato gli altri.
Conservare l’ospedale a livelli sanitari anche solo accettabili, a quanto pare, è però diventata impresa ardua per il nostro territorio, palesemente incapace di marciare compatto verso l’obiettivo di una crescita globale del territorio tutto e non solo del singolo Comune.
Gli effetti negativi del ridimensionamento complessivo cui siamo precipitati, ricadono ovviamente sulla comunità intera, che, devo dire in piena coscienza, se lo è anche meritato, non avendo preteso, sollecitato ed indirizzato nei decenni trascorsi la compagine politica locale, ad agire unitariamente per assolvere ai doveri principali che gravano in capo agli amministratori cittadini : perseguire il bene comune degli amministrati, non l’egocentrismo forzoso di una sola comunità rispetto alle altre.
Ci siamo indubbiamente fatti del male fisico da soli e il peggio è che continuiamo a perseverare, noncuranti del disastro gestionale che stiamo apparecchiando alla tavola allargata dei nostri concittadini e della loro discendenza.
Abbiamo peccato di presunzione tutti, senza eccezioni.
Noi Segnini per primi certo, che abbiamo sempre guardato verso il basso a Colleferro dalla collina con assoluta presunzione, considerandola una promanazione naturale e moderna della nostra realtà ultramillenaria, una sorta di appendice inevitabile, figlia del progresso tecnologico dei tempi moderni.
Non da meno Colleferro e i suoi abitanti però, che hanno sempre guardato a Segni non come ad una progenitrice cui attingere valori e alla quale portare rispetto, piuttosto come ad un incidente di percorso, una presenza territoriale scomoda ed invasiva, un ostacolo insopportabile per i desiderata di crescita autonoma e di sviluppo anche demografico della giovane città.
Colleferro continua invece a dimostrarsi aggressiva nei nostri confronti, calpestando la sola ricchezza che ci è rimasta, vale a dire la sana retorica di sentirci il vero fulcro della storia territoriale locale, un segno tangibile della significanza storica, architettonica, archeologica, culturale ed economica che per tanti secoli abbiamo espresso lungo le pendici Lepine.
Colleferro da la piena impressione di volersi solo appropriare di porzioni di territorio Segnino, chiaramente congeniali allo sviluppo mirato della propria comunità, piuttosto che proporne una gestione condivisa, a supporto della utilità e delle esigenze comprensoriali collettive.
Cosa pretendereste da noi Segnini, forse la resa silente senza condizione, la cessione unilaterale degli ambiti territoriali cui i nonni e prima di loro gli avi, hanno fondato la propria esistenza agricolo-pastorale? la sussistenza di una intera comunità?
Non fatelo e soprattutto non pensatelo, esacerbereste inutilmente gli animi e le reazioni emotive della casa madre potrebbero risultare davvero incontrollabili.
L’intelligenza sarebbe fare altro e nella piena modestia del mio pensiero disilluminato (in realtà confesso di sentirmi altro) lo dico e predico inascoltato ed ignorato da quaranta e più anni.
Oggi, con la saggezza del sessantenne, lo replico una volta di più e lo urlo a piena voce, senza infingimenti o ipocrisie di sorta. Segni, Colleferro e sicuramente anche Gavignano, hanno la necessità, oltre che l’utilità, di costituirsi in una Municipalità Comprensoriale unitaria, con sede amministrativa baricentrica dislocata su Colleferro ovviamente, dove la nostra popolazione già da anni vive la piena condivisione dei servizi sopravvissuti alle varie riforme di sistema.
La stazione ferroviaria, l’ospedale, le scuole e le altre utilità, ivi compresi i servizi dell’ordine pubblico e dei vigili del fuoco, appartengono a tutti noi, l’ubicazione geografica che li riguarda è solo un dettaglio, insignificante aggiungo, perché in futuro potrebbe anche mutare se la deriva al ribasso che ci ha investito dovesse continuare a perpetuarsi.
Io, Segnino di nascita, dentro le mura domestiche della casa di famiglia nel centro storico della città, quando sono a Colleferro mi sento comunque a casa e ci mancherebbe altro, non frequento la stazione ferroviaria di Colleferro, frequento la mia stazione punto, come il mio ospedale e tutti gli altri servizi citati.
Oggi, lo dico senza incorrere nel peccato di ipocrisia e senza scivolare nel campanilismo di facciata, non vorrei essere Sindaco della mia città, Segni e men che mai vorrei esserlo di Colleferro. Darei invece tutto per esserlo della Città Municipale Comprensoriale di Segni-Colleferro-Gavignano e anche oltre, perché solo così avrei la facoltà di incidere amministrativamente su un ambito territoriale idoneo, che diversamente continua a registrare operatività minimali, limitate da una insana territorialità di confine, che la vita reale di noi tutti ha superato e sovvertito da tanti decenni.
Utopia? certo, ma l’uomo si definisce intelligente perché è animato dal pensiero, senza il quale saremmo ancora oggi ospiti delle disadorne caverne degli umani preistorici.
Del resto e chiudo, se non saremo noi a dotarci di una nuova dimensione amministrativa territoriale, sarà il legislatore prima o poi ad imporcela coattivamente e senza compromessi.
Se siamo intelligenti come riteniamo di essere, meglio orientarlo il futuro, piuttosto che subirlo.




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