• Cristiana Ricci

Valmontone: Antonia, quei terribili giorni

Il racconto di una sopravvissuta ai bombardamenti che sconvolsero Valmontone.

"Ero una bambina, avevo una bella famiglia, ma non dimentico il dolore e le sofferenze di quel tempo".

La Signora Giacco Antonia

Il volto sbiadito e imperscrutabile della mondanità del terzo millennio ha dimenticato gli orrori del passato? Forse.

Viviamo e spendiamo il nostro tempo tranquilli con la serenità nel cuore. Tutto lo diamo per scontato. Tutto ci cade dal cielo. Cadevano del cielo anche gli “spezzoni”, non molti anni fa!

Guardando negli occhi della donna, che mi ha raccontato la sua vita, il suo inferno durante la seconda guerra mondiale, ho visto dolore, paura e rassegnazione.

Il viaggio nei ricordi di Giacco Antonia, nata nel 1938, nel nostro paese, Valmontone, ha riportato alla luce orrori, che non potranno mai essere dimenticati. La prima domanda che ho fatto alla signora Antonia, forse, è stata banale:

Cosa ricordi della Seconda guerra mondiale?

“Ero una bambina, vivevo in una casa vicino al centro del paese, avevo molti fratelli. La mia era una bella famiglia, mia madre una signora onesta, di altri tempi, rispettata. Mio padre un uomo buono, amante dei libri e dell’istruzione. Sapeva leggere.

Quando iniziò la guerra ero molto piccola. Le prime fasi non le ho potute capire; ricordo la fine dei cinque lunghi anni, interminabili per la mia famiglia e per tutti gli altri individui. Vagamente però ho l’immagine impressa di mio nonno, che nel 1943, con l’invasione dei tedeschi, scavò sotto la nostra capanna una grande buca, dove mise dei grandi contenitori con farina, riso e orzo, che una volta nascosti avrebbero assicurato un pasto, tutti i giorni. Li iniziai a capire che le persone vivevano qualcosa di brutto”.

Hai perso molti affetti in guerra?

“ad un certo punto, vicino casa nostra avevano costruito un rifugio anti bomba. Tutti correvamo lì dentro, quando suonavano le sirene. Prima si sentiva il rombo degli aeroplani, poi dopo poco un fischio e boati a non finire. Tutto veniva raso al suolo. Anche noi perdemmo la casa. Nel rifugio non vi stavamo in pianta stabile. Si andava li solo durante gli attacchi. Purtroppo verso la fine, nel 1944, con l’aggravarsi del conflitto, questo rifugio non era per nulla sicuro. In quel forte, in quella grotta, ho conosciuto una famiglia di tredici persone, che saranno sempre nel mio cuore ma le ho perdute. Mio padre ci prese e ci portò nel rifugio permanete di Ninfa, più sicuro e massiccio. Ci fu un attacco più pesante, non con gli spezzoni, piccole granate gettate dagli aerei, ma con bombe più grandi e questi morirono tutti e tredici: non erano venuti a Ninfa con noi. Erano rimasti lì nella grotta.

Non siamo usciti da Ninfa per moltissimo tempo. Vivevamo oramai li.

Tanti sono morti, tanti hanno voluto abbandonare la loro patria dopo la fine della guerra, tanti sono dispersi e ancora si cercano, alcuni, sono stati dimenticati e mai più cercati perché le discendenze hanno perso interesse. Credevo di aver perso due zii, che sono tornati, uno dopo otto anni la fine del conflitto, un altro dopo sette lunghi anni. Entrambi erano stati prigionieri di guerra. Un altro mio parente Gino Monti, non è mai più tornato.

Ricordo questo ragazzo che parte al fronte e nel 1945 non torna ed iniziano a cercarlo. Lo hanno definito scomparso di guerra. Dopo molti anni di ricerca, la mamma, si è arresa”.

Cosa diresti, cara Antonia ai potenti del nostro tempo?

Direi loro di non rovinare ancor di più quello che è già stato rovinato. Soprattutto il lavoro che manca e la politica che è proprio quella sbagliata.

Non per il colore politico ma perché non viene ascoltata la gente. Qui si tratta anche del passato e dei sacrifici dei lavoratori e degli ideali che prima erano presenti nella nostra società. Poi il Covid ha messo in difficoltà ancora di più il sistema.

Tante persone sono state male e tante sono morte, tante non rispettano gli altri perché non adottano misure personali giuste per salvaguardare chi ci circonda”.

L’ultima domanda che faccio alla gentile signora Giacco è la seguente:

Cosa hai provato quando gli alleati sono arrivati a liberare il popolo italiano dei Tedeschi?

“Sono stata felice, ci hanno liberato dalla schiavitù della guerra. Per parecchio tempo nella nostra capanna si è nascosto Antonio un soldato americano, uno dei liberatori.

Ricordo che la notte stava in casa con noi e di giorno spariva, nei boschi, per non metterci in difficoltà. Era un uomo buono. Molto devoto alla sua patria. Le ero affezionata.

Quando è andato via ho sofferto molto.

La guerra ha lasciato segni indelebili nel cuore di tutti coloro che l’hanno vissuta.

Dopo la liberazione sono andata a scuola e ho svolto fino alla terza elementare.

Per quel tempo era una grande cosa.

Sono sensibile, ancora oggi, al rumore degli aerei.

Ho vissuto fame e povertà perché tutto era distrutto, la resistenza è stata brutta ma il dopo ancora più tragico.

Nessuna aveva nulla. Tutti abbiamo ricominciato a vivere da zero.

I giovani non devono dimenticare, i grandi non possono sbagliare ancora. Nessuno merita di vivere nel terrore e nel buio di non sapere se domani una bomba metterà fine alla propria vita.

Ragazzi capite l’importanza di studiare e di essere qualcuno. Io non ho potuto studiare e ho dovuto adattare la mia vita in base alle poche occasioni che offre la società a chi non ha almeno un diploma.

Ringrazio la signora Antonia per aver condiviso dettagli così delicati e ricordi così dolorosi di un periodo storico caratterizzato da violenze e discriminazioni.

Non sarà stato facile raccontare il dolore di una bambina, intrappolata in un’infanzia terribile, per colpa di persone che lei neanche conosceva.

I potenti del globo. Adolf Hitler il simbolo dell’Europa spezzata da bombe e fucili.

Parliamone per non dimenticare.

Combattiamo per un mondo giusto per tutti colo che sono caduti sotto le guerre.

L’uomo può essere migliore di come ci insegna la storia.


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