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Analisi di una "storia" segnina

SEGNI - Siamo Segni e questo è un dato di fatto, oggettivo. La storia ha deciso di dedicarci pagine importanti nel contesto degli accadimenti che hanno caratterizzato la vita della Nazione nel corso degli ultimi tre millenni, non soltanto quindi limitatamente al ristretto contesto territoriale in cui viviamo.



La Chiesta Cristiana ci ha onorati con l’investitura al soglio di Pietro di quattro Papi nativi del nostro territorio, ci ha aggiunto una nutrita presenza Cardinalizia (credo che nessuna comunità planetaria di soli diecimila abitanti, possa vantare tre Cardinali contemporaneamente in vita), Vescovile ed Arcivescovile ancora oggi. Numerosissimi i Sacerdoti e le Suore che hanno risposto al richiamo della fede nel corso degli anni, Segni è stata e continua ad essere un elemento distintivo, oltre che rappresentativo, della Chiesa di Roma.

Il mondo della Politica, quello Amministrativo, sia pubblico che privato, come anche quello Istituzionale in generale, hanno spesso attinto a Segni per ricoprire ruoli e funzioni di assoluto prestigio. Dalla Presidenza al Governo della Nazione, ai Ministri e Sottosegretari di Stato, Ambasciatori, Magistrati, Prefetti, Parlamentari, Funzionari, ecc. ecc.

Ci è mancato il Presidente della Repubblica, forse per un bacio di troppo in terra di Sicilia, o per lo sgarro di Sigonella chissà, ma di certo il cartellino del potere e delle responsabilità connesse, i nostri lo hanno timbrato spesso.

Mura poligonali e relative porte di accesso, Chiese, Monasteri, Architettura cittadina, Monumenti diffusi, Scorci paesaggistici, Qualità enogastronomiche, Patrimonio boschivo, Posizione finemente panoramica e strategica, tutto ci qualifica in termini di città particolarmente dotata e dal grande potenziale turistico.

Ci sono dei però purtroppo, dei ma pesanti, che lasciano il segno.  

Non siamo stati capaci nel corso degli anni di fare sistema con tutte le nostre attrattive turistiche, ambientali, ma anche economiche.

Alcuni giorni fa, l’ottimo concittadino Vittorio Coluzzi, che con la sua rassegna storico-fotografica quotidiana, ci ricorda momenti del passato, parlava di una circostanza occorsa negli anni 60, quando una società privata di nome Espinosa, cercò invano di insediare nell’area del Campo di Segni, “le Prata” secondo il nostro gergo comune,  una serie di impianti e strutture ippiche, che avrebbero dovuto trasformare quell’ambito rurale in un centro di ospitalità sportiva e turistica, capace di attrarre ogni genere di investimento, ingenerando un indotto di crescita sia sociale che economica per tutto il territorio.

Gli Amministratori di allora, almeno questo raccontano le cronache dell’epoca, si opposero strenuamente a questo progetto, ci vedevano soltanto la speculazione del privato avido di danari, pronto a sfruttare a suo vantaggio le ricchezze ambientali che non gli erano proprie. La necessità di mantenere il bestiame al libero pascolo, bestiame di cui quasi sempre non si conosce nemmeno il proprietario (provate ad essere travolti da uno di quegli animali e poi ditemi se trovate il proprietario da cui farvi risarcire il danno), talvolta perfino malnutrito, se la stagione climatica non è stata in grado di produrre un sufficiente manto erboso da brucare, all’epoca prevalsero rispetto alla prospettiva di un diverso sviluppo economico da dare al luogo. Non si volle neanche ipotizzare la possibilità di intraprendere una qualsivoglia attività di lavoro alternativa a quella del privato allevatore di bestiame, come anche non si volle rischiare di compromettere il diritto d’uso esclusivo di una porzione consistente della vallata del Campo. Le “Cese”, infatti, mantennero e mantengono tuttora un impatto emotivo importante riguardo la gestione di quei suoli.

In famiglia se ne parlava spesso, perché certo, siamo tutti o quasi figli e pronipoti della tradizione silvo-pastorale del nostro ambito territoriale, pochi di noi hanno una storia alle spalle che non sia appunto quella. Io personalmente, ancora bambino, ero comunque convinto che quella scelta fosse stata profondamente sbagliata. Indubbiamente a qualcuno avrà anche portato negli anni un giovamento economico, certamente superiore a quello che avrebbe potuto avere diventando un dipendente comune di una società imprenditoriale stile Espinosa, ma in generale, guardando alla comunità locale nel suo complesso, quella rinuncia ha comportato una forte perdita economica nel medio lungo periodo e una sicura contrazione della forza lavoro che avremmo potuto vedere crescere nel corso degli anni.

Il lavoro manuale, anche quello meno qualificato, non è mai solo lavoro manuale, ad esso si affiancano inevitabilmente e molto velocemente ruoli funzionali diversi, siano essi organizzativi, gestionali, direttivi, amministrativi, di ingegno, di manutenzione, di supporto logistico, di ristorazione e non solo.

Gli economisti tutto questo lo definiscono indotto, i Sociologi crescita sociale, i Bancari opportunità per l’impiego dei capitali, mentre gli imprenditori in generale o gli altri professionisti, affilano le armi per tradurre in lavoro di supporto, le tante opportunità che solo lo sviluppo sa regalare.

Ma “noi siamo Segni e il Campo è nostro”, questo lo slogan in voga al tempo, nel mentre, presso gli Altipiani di Arcinazzo si sviluppava un cantiere di trasformazione, che avrebbe regalato a quel luogo anni fiorenti di crescita economica e sociale, anche se oggi si è spenta anche da loro.

Ai pratoni del Vivaro lo sviluppo è stato ovviamente maggiore e più rapido, ma lì le potenzialità erano ben altre, la estrema vicinanza con Roma, la zona dei Castelli, i laghi di Albano e Nemi, non ci voleva la sfera di cristallo per intuire a naso che a quelle latitudini tutto sarebbe cresciuto in un lampo.

Noi però siamo sempre Segni, città collinare, non isolata certo, ma nemmeno al centro delle confluenze stradali, un luogo bellissimo di sicuro, ma che incroci solo con la volontà di andarci, non ci transiti certo per caso.

Le opportunità per noi sono ovviamente più rare, devi saperle cogliere al volo quando ti capitano, se le lasci scappare non le recuperi, perché non sono replicabili.

Immaginate cosa sarebbe ancora oggi la vicina Valmontone, se l’allora Sindaco Miele non avesse avuto la lungimiranza di aprire il suo territorio agli investimenti alternativi che sono puntualmente arrivati. Oggi Valmontone, un tempo non lontano ancora parte del feudo di Segni, è un catalizzatore imprenditoriale, assolve per il territorio comprensoriale alle funzioni di volano economico che fino a ieri era proprio di Colleferro, città anch’essa ormai retrocessa nella scala dei valori industriali, oltre che commerciali, accomunata al destino della sua progenitrice, Segni appunto.

Tutto questo accade quando la Politica non assolve degnamente al ruolo che gli è proprio, quando si limita alla ordinaria amministrazione, quando non lavora come dovrebbe ad un progetto di sviluppo dell’area di pertinenza. Se poi non sai cogliere al volo le poche o la sola occasione che il fato ti propone, il disastro è compiuto.

Non a caso, siamo scivolati nel corso degli anni dalla scala dei valori istituzionali che in un passato ancora recente occupavamo. Gli Uffici Pubblici da noi ospitati, che ci annoveravano quale città di riferimento per l’area comprensoriale, li abbiamo persi tutti e la nostra costola Colleferro non è stata in grado di attrarne nemmeno uno, tutto è scivolato a Velletri, che poi, a dirla tutta, non è neanche una realtà con la quale abbiamo storicamente mai intrattenuto uno scambio culturale e sociale di un qualche tipo.

Il territorio comprensoriale si è inesorabilmente trasformato in pochi anni, soltanto pochi decenni fa noi eravamo i primi in graduatoria, oggi non siamo gli ultimi è vero, ma siamo comunque scesi di molto e risalire la china non è più cosa. Dobbiamo lavorare con forza per cercare di difendere almeno la pur non brillantissima posizione occupata, perché il rischio concreto è quello di scivolare oltre, relegando Segni a mero dormitorio cittadino.

Sono convinto che tutti lavoreremo ventre a terra per drenare questa deriva, ed invertire il percorso negativo fin qui intrapreso e devo dire che qualche segnale in tal senso lo si avverte. Almeno dal punto di vista emotivo, io percepisco in città una certa voglia di riscatto, di rivalsa, un desiderio di tornare ad essere centrali nel territorio, vedo riemergere la Segninità di sempre, quel vizio atavico e quasi spocchioso che ci rende antipatici a tutti, ma che tanto giova al nostro ego smisurato.

A noi non piace essere compatiti, al massimo possiamo compiacerci della invidia e della gelosia che ingeneriamo negli altri, perché suscitarle vuol dire essere tornati a vivere.

Noi dobbiamo sapere fare sistema con le nostre ricchezze ambientali, paesaggistiche, monumentali, culturali, architettoniche e storiche, trasformandole in una attrattiva irrinunciabile.

Perché se vai a goderti la giornata all’outlet e al parco giochi di Valmontone, risollevando il PIL nazionale dal suo torpore (pare che perfino la Spagna ci abbia ormai superati), ma non vieni poi a Segni per saggiarne la bellezza, tu ha solo sprecato il tuo tempo. E’ questo il pensiero che dobbiamo essere capaci di instillare negli altri.

Oggi purtroppo non accade, la vicina Anagni risulta essere di gran lunga più attrattiva di noi. Indubbiamente una gran bella città Anagni, certo, nostra nemica fin dai tempi di Sacriporto, quando diede ospitalità al generalissimo Silla il vittorioso, mentre noi concedemmo asilo al perdente Mario, ma siamo pur sempre Segni e non possiamo rimanere tagliati dal circuito turistico domenicale, perché quello ci aiuterebbe a fare cassa.

Il mio parere è che avremmo fatto benissimo anche ad ospitare il semieretico Arcivescovo Milingo, mentre ci opponemmo molto contro la possibilità che lui potesse insediare il proprio quartier generale a Segni.

Invero, occorre riconoscere che alla fine pesarono di più le obiezioni dello stesso Milingo verso il Vaticano, per non lasciarsi confinare a Segni, quanto le nostre inutili contumelie a difesa della sacralità ecumenica, in opposizione al diavolo Africano.

Peccato, avremo avuto in visita plotoni di fedeli ogni settimana, qualche concittadino avrebbe potuto fare business, magari istituendo un servizio di trasporto con i calessini della Piaggio stile Capri, altri avrebbero fatto strada con le ciambelline Melinghiane, altri ancora avrebbero venduto bottiglie di amaro con l’immagine del Cardinale, e chissà quante altre opportunità di guadagno il diavolo nero ci avrebbe concesso.

Tutto questo solo per ribadire una volta di più, che quando non disponi di pozzi petroliferi o miniere diamantifere, devi cercare di mettere a frutto quello che hai. Tanto o poco che sia, quella ricchezza noi per ora l’abbiamo solo dispersa, ma possiamo ancora recuperare la nostra economia, di un minimo forse, ma possiamo farlo.

Al santuario della Santissima Trinità il miracolo ci fu e i fedeli accorrono sempre numerosi per venerare l’immagine sacra, il miracolo che a noi forse è finora mancato, nonostante i Santi Vitaliano e Bruno, le due sacre icone della Vergine Santa e i volontari generosissimi che hanno saputo recuperare dalla macerie il santuario di Monte Capazzano. Loro si eroi dei giorni nostri, abnegazione, lavoro, poche chiacchiere e tanti fatti, neanche non fossero Segnini come noi, Bravi!

Un ragione in più per rimboccarsi le mani, costruendo con la sapienza dell’uomo ciò che è utile alla città, senza affidarsi sempre ai regali della divina provvidenza, che premia i meritevoli, non i pigri e gli assonnati.

W Segni e i suoi abitanti.



 

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