Ponte si, ponte no...torniamo a far sognare
- Roberto Felici

- 16 ore fa
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Ieri sera passeggiando per Piazza Gobetti, piazza sotto processo in questi giorni per problemi vari di sicurezza, mi sono imbattuto in un gruppo di persone che parlavano del Ponte sullo Stretto.

Mi hanno chiamato: “Archite’, vieni tra noi e dicci il tuo pensiero da architetto”.
Sono rimasto prima un po’ dubbioso se partecipare o meno alla discussione perché il tutto si riporta a posizioni politiche...poi ho pensato bene di dire il mio pensiero tecnico-artistico-architettonico, anche perché, per la mia età, ho vissuti diverse fasi di questo argomento, anche avendo io stesso partecipato e tento diversi convegni sul Ponte.
Quando studiavo architettura, già fu bandito un concorso di idee per il progetto del Ponte. Fu vinto, tra l’altro, dal mio professore di scienze delle costruzioni, Ing. Musumeci.
Allora, “fregandomene” dei politici si o no, mi sono lasciato andare con mie riflessioni: sembra che la nostra coscienza metta dei confini che si ritiene di dover assumere come invalicabili, che portano alla rinuncia a sfidarli e diviene scelta assunta come “saggezza del limite”.
Si parla del “ponte” ma, in realtà, ciò di cui si disserta è l’idea di modernità.
Viviamo nella cattiva coscienza di questa modernità.
All’interno di questi limiti che noi poniamo c’è l’incapacità di generare “nuovi miti”, “nuovi simboli”.
La nostra cultura ricca di passato ha una radicale difficoltà ad immaginare il “FUTURO”.
L’incapacità di produrre miti sul terreno della modernità nasce dal fatto che la nostra cultura ha introiettato profondamente quella “saggezza dei limiti” che uccide la “sfida” per superarli.
Ogni mito è caratterizzato proprio dalla violazione di un limite.
Non è una operazione di ragione o di correttezza economica; nessuno ha fatto i conti alla Torre Eiffel o alla Statua della Libertà, ma tutti capiscono che a Parigi o a New York senza di essi ci si sentirebbe persi.
La bellezza del paesaggio è fatta anche dagli uomini e dai loro progetti, perchè nessun uomo ha mai visto la terra senza gli uomini.
Il Ponte sullo Stretto è l’opera più bella e avanzata che l’Italia possa realizzare.
Anche la nostra cultura ha bisogno di modernità.
Perché finora il Ponte, che è un’opera straordinaria (fuori dell’ordinario) fa discutere ma non fa “sognare”?
Perché non stimola la creatività di artisti, poeti, cantastorie, cantautori, romanzieri, registi, pittori, scultori?
Nel 1871 l’attraversamento ferroviario delle Alpi (il traforo del Frejus), voluto da Cavour, fece scaturire una tensione emotiva così forte che le società operaie promossero una colletta popolare per innalzare un monumento dedicato agli ingegneri, ma, non solo, fu generato anche il “Ballo Excelsior”, “gran ballo" mimico di Luigi Manzotti su musica di Romualdo Marenco, la cui prima avvenne al Teatro alla Scala di Milano l'11 gennaio 1881.
All’altra meraviglia, il Canale di Suez, è legato il capolavoro verdiano dell’Aida.
Alla funicolare sul Vesuvio del 1880 la canzone “Funiculì funicolà” contribuì ad avvicinare i turisti alla funiculare stessa.
Ci sono tanti altri esempi di opere che fecero sognare.
In questo clima “emotivo-culturale” il Ponte fa discutere, ma non fa sognare, perché?
Forse perché è stato proposto solo come infrastruttura di trasporto e di mobilità.
Eppure chi ammira il Golden Gate di San Francisco non si chiede di quanti minuti abbia accorciato gli spostamenti lungo la baia, ma coglie lo straordinario valore artistico.
Si percepisce come nuova natura, come prodotto del rapporto “uomo-natura”, le cui risultanze paiono “naturali” solo perché totalmente accettate dal punto di vista culturale e non più sentite come alterazioni dell’universo primigenio.
Lo stesso accade guardando alle risaie del vercellese, alla viticoltura collinare delle Langhe, ai castelli in cima ai monti, alle città storiche, fra tutte, Venezia.
Il “Ponte” per colpire e far “sognare” deve superare la sua natura trasportistico-funzionale e proporsi come “paesaggio”.
Invece il confronto tra “Si o No” dovrebbe spostarsi sul piano del “SE e COME”.
Questa provocazione non vuole essere una conferma del progetto ma solo uno stimolo culturale.
P.S.
Lasciandomi andare, penso che anche nel nostro territorio c’è povertà di desiderio di “colpire” e “far sognare”.




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