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Tracce di Segni nella storia

La battaglia di Sacriporto. L'agricoltura nelle testimonianze degli autori latini


SEGNI - L’ Archeologia ci suggerisce che Segni era un piccolo centro abitato già nel X Secolo a.C. ma entrò nella Storia ai tempi di Tarquinio il Superbo.

Quando Roma era impegnata ad affermarsi nel Lazio, Segni per la sua posizione geografica fu destinata al ruolo di colonia romana. Tito Livio ci informa che al tempo di Tarquinio il Superbo furono inviati a Segni coloni romani della plebe come presidi difensivi da parte di terra: “Tarquinio il Superbo...mandò coloni a Segni come futuri presidi da parte di terra”.

Sempre Livio informa che nel 495 a.C. ci fu un secondo invio di coloni durante i primi anni della Repubblica; sulla deduzione di coloni a Segni ne fà notizia anche il greco Dionigi d’ Alicarnasso, unendosi a vari altri autori latini e greci. Nel ventisettesimo libro delle Storie al Capitolo X Livio narra dell’aiuto offerto a Roma (abbandonata da diverse popolazioni italiche passate con Annibale) da parte di diciotto colonie romane, tra le quali c’era anche Segni, addirittura nominata per prima: “con l’aiuto di queste colonie Segni, Brindisi, Cremona etc. la potenza romana rimase salda.

Come segno di riconoscenza e stima verso la “Perla dei Lepini” Roma vi inviò un gruppo di Cartaginesi fatti prigionieri nella battaglia di Zama e inviati in Italia come ostaggi, in attesa di riscatto da parte della famiglia.

Narra T. Livio (A.U.C.XXXII, Cap. II) che: “i rappresentanti dei Cartaginesi chiesero che gli ostaggi fossero trasferiti da Norma, dove non erano a loro agio, in altro luogo.

Fu loro concesso di essere trasferiti a Segni e a Ferentino”. Con questa decisione il Senato mostrò grande fiducia verso la colonia segnina, che in diverse occasioni dimostrò fedeltà alla futura Caput Mundi.

Nel II e I secolo a.C. Segni sperimentò una buona economia ed un rinnovamento urbanistico, ma si trovò coinvolta anch’essa nella I° guerra civile con sanguinosi scontri tra Mario e Silla.

Dobbiamo allo storico Plutarco la notizia che nella campagna segnina Mario il giovane, figlio del grande Mario, con 85 coorti provocò a battaglia Silla, presso Segni (Plutarco, Vita di Silla, 28, 2).

Lo storico Appiano di Alessandria nella sua Storia romana ci chiarisce che la battaglia si svolse nella piana di Sacriporto (oggi Colle Noce) e che i superstiti mariani datisi alla fuga furono annientati a Porta Collina.

Anche Segni subì le ritorsioni di Silla, che però non furono dure come quelle riservate ad altre città, forse perché furono pochi i Segnini nelle file di Mario. La fama di Segni poi fu anche consolidata dalla citazione che Plauto ne offre nel IV° atto della commedia “I Captivi”, dove un personaggio giura nominando città del Lazio quasi fossero divinità, affermando: “si per la dea Cori, si per la dea Preneste, si per la dea Signia.

Segni viene ricordata da diversi autori greci e latini per tre specialità: il vino, le pere ed i cavolfiori.

Il vino: tutti gli scrittori lo descrivono di gusto aspro e considerato ottimo astringente per lo stomaco a causa della sua asciuttezza.

Proprio Plinio il Vecchio afferma che: “il vino prodotto a Segni va conservato per l’eccessiva asciuttezza ed è annoverato tra i medicinali perché utile allo stomaco (Plinio “Naturalis Historia, XIV, cap. 8, 65).

Il medico Cornelio Celso nel IV° libro del De Medicina al capitolo 12 consiglia per la diarrea un vino molto aspro, specialmente il vino segnino!

Galeno afferma che il vino di Segni quando è nuovo è astringente, ma invecchiato è piacevole a bersi.

È Don Cesare Ionta che nella Storia di Segni specifica che tale vino secondo molti autori è buono ma deve essere conservato per sei anni e finalmente degustato!

Durante il periodo imperiale continuò la fama di asprezza per il vino segnino, tanto che il nome di Segni veniva associato all’asprezza del suo vino!

Nel suo poema “Punica” lo scrittore Silio Italico, ricordando gli alleati di Roma, per identificare Segni specifica che: “Segni, il cui vino spumeggiante è aspro” (Punica, VIII).

Addirittura, Marziale in un epigramma scherza sul potere astringente del vino segnino affermando: “Per curare la diarrea bevi il vino di Segni, ma perché non ti stringa troppo, modera alquanto la sete” (libro XIII ep. 116).

Inoltre, autentiche frecciate sulle uve ed il vino segnino si devono all’imperatore Marco Aurelio, il cui padre adottivo, Antonino Pio, possedeva una villa in territorio segnino.

Da cui M. Aurelio no ancora imperatore, scrivendo al maestro Frontone afferma che: “L’uva segnina preferirei pestarla con i piedi piuttosto che masticarla con i denti”. Al contrario erano molto rinomate le pere segnine, ricordate e celebrate da diversi autori.

Nel De Re Rustica, libro V capitolo 10, Columella esorta a piantare nel frutteto i peri migliori affermando: “Essi sono quelli di Crustumerio, di Reggio e di Segni”. E Plinio il Vecchio aggiunge che le pere segnine erano chiamate “pere mattone o testacee”, per il loro colore di creta cotta (Naturalis Historia, XV, capitolo 16).

Infine, nell’ undicesimo componimento delle Satire, il poeta Giovenale invitando un suo amico a pranzo, mette in tavola: “pere di Segni e di Siro, fresche ancora di profumo e senza pericolo di asprezza”. Il medico Cornelio Celso, nel De Medicina, ricorda che come il vino segnino, così anche le pere erano utile rimedio contro i dolori di stomaco e dissenteria.

Ultimo prodotto rinomato della campagna segnina erano i cavolfiori, molto conosciuti e ricercati.

Scrive sempre Columella che: “in tutto l’orbe è coltivato il cavolfiore, specialmente quello prodotto da Signia sul Monte Lepino” (De Re Rustica, X, 127). Se i prodotti segnini erano conosciuti ed apprezzati in tutto l’impero, dovevano esserlo ancor di più nell’Urbe, dove sicuramente erano presenti fruttivendoli segnini.

Ne è testimonianza un’epigrafe a lungo ignorata dagli storici locali in cui si legge: “Corfidius signinus pomarius...cioè Corfidio fruttivendolo segnino”, il quale aveva il negozio presso la Sinagoga ebraica.

Questa epigrafe conservata nei locali della Sinagoga fu poi donata al Comune di Roma, che provvide a sistemarla nei Musei Capitolini.



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